Intervista a Georgina Lopes

Georgina Lopes

Dia de pouco, véspera de muito! (Giorno di poco, vigilia di molto!)

Georgina Lopes, più conosciuta nella comunità capoverdiana genovese e a Capo Verde come Djina. E’ nata a Sal, città di Santa Maria, il 28 agosto del 1965. All’età di quattro anni sua madre partì per l’Italia e la lasciò insieme ai suoi fratelli dalla nonna materna nell’isola di Sao Nicolau. Georgina crebbe con la nonna fino all’età di 16 anni e poi si trasferì a Sal da suo padre. Ricorda con amore la sua infanzia a Sao Nicolau, Caleijao (Calenjon); sua nonna era contadina ed allevava anche animali domestici, le insegnò il rispetto per la natura e per gli altri.

Georgina è una donna che ama la natura, spirituale e le piace aiutare il prossimo. Nel 1992 partì per l’Italia, Roma, lasciò lavoro e due figlie con le loro nonna paterna.

Sandy: “Buon pomeriggio e benvenuta a Tè con Sandy e Mea. Chi è Georgina?”

Georgina: “Grazie per l’invito. Georgina è una donna di carattere forte, ama la natura e vive ogni giorno la sua vita come una benedizione”.

Sandy: “Perché sei venuta in Italia?”

Georgina: “Mia madre partì per quest’avventura dell’immigrazione quando avevo solo quattro anni. Le mie sorelle ormai vivevano tutte con lei, così decisi anch’io di venire pensando che fosse un’occasione di riallacciare i legami con lei e di conoscere le mie sorelline. Il mio primo lavoro in Italia è stato il baby sitting in una famiglia con due bambini, è stato un balsamo per la mia anima, potevo prendere cura di qualcuno. Ma è durato poco, non mangiavo lì e quando andavo da mia madre dovevo mangiare per tutta la settimana…”.

Sandy: “Cioè? La famiglia non ti dava da mangiare?”

Georgina: “Sì non mi davano da mangiare, era terribile! Ho pensato che fosse un’opportunità per me, ma invece è stata una grande delusione. Mi sentivo incarcerata, non potevo uscire ed essere libera come a Capo Verde. Ogni volta che andavo a buttare la spazzatura, approfittavo per fare il giro del palazzo nonostante i bidoni fossero davanti al portone. Così decisi di cambiare il lavoro. Ho trovato un altro lavoro, sempre come baby sitter, questa volta erano due bambine (dalla stessa età delle mie). Mi ricordo che in quel periodo fare una chiamata interurbana costava tantissimo, ma la signora quando mi vedeva triste mi faceva chiamare a Capo Verde, non le importava del costo”.

Sandy: “Perché è stata una delusione?”

Georgina: “Perché ho lasciato due figlie e il mio lavoro. Mi ricordo che piangevo ogni giorno, ero preoccupata per loro e spesso pensavo che le potesse capitare qualcosa di brutto e di non essere presente”.

Sandy: “Poi ti sei trasferita a Genova, come mai questa scelta?”

Georgina: “Ho lavorato per quella famiglia per otto mesi, sono venuta a Genova in vacanza da una mia carissima amica e mentre ero qui ho avuto una proposta di lavoro dove guadagnavo quasi il doppio rispetto a Roma. Mi è dispiaciuto lasciare quella famiglia, erano stati buoni con me e mi ero affezionata alle bambine. Comunque, in quel momento ho pensato a me e alle mie figlie”.

Sandy: “Un tuo pregio? Un tuo difetto?”

Georgina: “Un mio pregio è essere tenace e non mollo fino a raggiungere i miei obiettivi. Un difetto, ne ho tanti, ma uno in particolare è la testardaggine”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Georgina: “Mi ricordo sempre che mia nonna mi diceva: una porta si chiude oggi, si apre un portone domani. Dia de pouco, véspera de muito (Giorno di poco, vigilia di molto). Questo è stato ed è ancora la mia filosofia di vita”.

Sandy: “Un proverbio capoverdiano?”

Georgina: “Cada Catchorre tem se sexta-feira (ogni cane ha il suo venerdì)”.

Sandy: “Un proverbio italiano?”

Georgina: “Chi va piano va sano e va lontano”.

Sandy: “Se non fossi venuta in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Georgina: “A Capo Verde avrei sicuramente un’altra vita, economicamente migliore di qui, visto lo sviluppo che c’è stato negli ultimi anni. Ma sono molto felice di chi sono oggi”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Georgina: “Penso di sì, quella che sono oggi lo devo proprio all’Italia. Oggi ho quattro figlie, le ultime due sono nate qui, e sono molto fiera delle donne che sono diventate. Vedi mi stai intervistando ora e sono fiera di te”.

Sandy: “Non dire che sei mia madre (risate)”.

Georgina: “Se non fossi venuta in italiana non sarei diventata buddista. Ho studiato il taoismo, la medicina cinese e Shiatsu”.

Sandy: “Hai dovuto compiere sacrifici per arrivare dove sei ora?”

Georgina: “Sì! Dopo una relazione andata male, fallita, mi sono trovata da sola con due bambine piccole da crescere e non è stato per niente facile. Mia sorella Fatima mi è sempre stato accanto, miei amici e le mie due figlie grandi, che erano già a Genova. Dopo ho conosciuto un uomo che è mio marito oggi. Stiamo insieme da quindici anni e sposati da dodici anni. Lui mi ha sempre sostenuta ed incentivata a studiare”.

Sandy: “Lavoro?”

Georgina: “Al mattino lavoro per una famiglia, li adoro ed andiamo molto d’accordo. Il pomeriggio lavoro per conto proprio, massaggi e terapia shiatsu”.

Sandy: “Quindi hai fatto la scuola di Shiatsu?Un corso? Se Sì, dove?”

Georgina: “Sì, ho fatto la scuola di Shiatsu Medicina Cinese per tre anni tra Genova, Milano, Salsomaggiore e Bologna. La mia scuola è I.R.T.E., mi sono diplomata e dopo ho fatto il master per due anni a Milano”.

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Georgina: “Sì sono felice in tutto quello faccio e di quello che ho. La felicità è una scelta ed è già dentro di me”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Georgina: “Io credo in un mondo migliore, un mondo più consapevole, più ecologico. Dove le persone non vedono Dio come un qualcosa di astratto, che sta lì seduto a guardarci e a compiere miracoli ma in qualcosa di più reale”.

Sandy: “Ok, grazie! Invece un piatto capoverdiano? Piatto italiano?”

Georgina: “La Catchupa e la Feijoada! Piatto italiano, la pastasciutta”.

Sandy: “Musica capoverdiana? Musica italiana?”

Georgina: “Mi piace la morna in particolare, Cesaria Evora e mi piacciano le canzoni di Ildo Lobo. Ho imparato anche ad apprezzare la musica moderna del cantante capoverdiano Dino D’Santiago…”

Sandy: “Scusa se ti interrompo, apro una parentesi, volevo solo dire e consigliare tutti di ascoltare le canzoni di Dino d’Santiago. Meritano veramente. Ritornando a noi, riguardo alla musica italiana?”.

Georgina: “Non ho cantanti preferiti o un genere musicale preferito… forse, posso dire che mi piace Elisa ed Andrea Bocelli perché li ascolto volentieri”.

Sandy: “Cosa ti piace della tua città?”

Georgina: “Mi piace il mare perché mi ricorda Capo Verde”.

Sandy: “Un pregio e un difetto della tua città?”

Georgina: “Un difetto? L’ignoranza della gente per l’ecologia. Divento matta quando vado a buttare la spazzatura e trovo tutto buttato per terra. Invece un pregio è avere sia i monti sia il mare, abbiamo l’opportunità di avere questi due elementi della natura”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Georgina: “Mai subito episodi di razzismo personalmente. Penso che il razzismo sia nella mente, cioè, l’ignoranza porta al razzismo, indipendentemente dall’etnia”.

Sandy: “Cosa ti piace e non ti piace dell’Italia?”

Georgina: “Mi piace l’Italia perché è un paese molto bello con i suoi mari, colline, montagne, monumenti, arte e tante altre cose. Si mangia bene e sano, è ancora uno dei pochi paesi del mondo dove si può trovare acqua potabile pulita. Invece non mi piace la non consapevolezza delle persone di tutto ciò che hanno a loro disposizione e l’ignoranza che sta crescendo/aumentando sempre di più”.

Sandy: “Dammi il primo consiglio che ti viene in mente?”

Georgina: “Un consiglio che mi viene in mente è studiare, studiare, studiare. Più conoscenza possediamo, più saremo pronti e preparati per affrontare qualsiasi situazione!”

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Georgina: “Non saprei in questo momento, forse la mia cultura…la cultura capoverdiana!”

Sandy: “Cioè? In che senso?”

Georgina: “Perché sono capoverdiana, posso offrire la mia capoverdianità che può essere tramite la musica, il cibo, la danza, rispetto per gli anziani e la mia allegria…posso offrire la mia morabeza”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Georgina: “Realizzata… anche se ho ancora molto da fare. Comunque, spero più saggia di adesso! Mi vedo nonna vivendo in una casa in campagna”.

Sandy: “Alcune persone che ho avuto il piacere di intervistare prima di te, quando le ho chiesto dove ti vedi tra dieci anni, mi hanno risposto a Capo Verde. La tua casa in campagna sarà qui o a Capo Verde?”

Georgina: “Mi vedo in campagna, ma non c’è un posto preciso”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Georgina: “Non ne ho uno in particolare, ma piacerebbe vedere un mondo migliore, con più persone consapevoli”.

Sandy: “Grazie per la tua bellissima intervista!”

Georgina: “Grazie a te!”

Youssef e la Nutella

Image by M. Maggs from Pixabay

In un paese lontano viveva un ragazzo di nome Youssef. Aveva 20 anni e apparteneva a una famiglia povera. Ogni giorno usciva per andare a lavorare nella piantagione di caffè, prendeva il solito pulmino che lo portava a 100 km da casa sua. Si svegliava tutte le mattine alle 4 per sgobbare tutto il giorno fino alla sera; prendeva il suo cestino con il pranzo e salutava la madre in segno di rispetto.

Era il fratello maggiore di 7 figli (4 maschi e 3 femmine).

Youssef era un ragazzo dalla carnagione scura, snello ma forte; aveva occhi neri, timidi che colpivano chiunque lo guardasse; aveva un bellissimo sorriso ed era un ragazzo sveglio.

Era bravo in matematica infatti tutti si facevano aiutare da lui per la contabilità domestica soprattutto la vicina di casa anziana Safiyyah.

Sarebbe potuto andare al liceo ma i genitori non potevano permetterselo.

La madre era dispiaciuta perché conosceva le qualità del figlio.

Ogni sera prima di andare a letto Youssef baciava la madre sulla fronte; lei lo guardava negli occhi con aria malinconica e diceva sempre questa frase:

“Tu sei mio figlio e dal mio ventre sei uscito. Sei un pezzo di me e credo in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle stelle. Segui il tuo cuore e non dimenticare mai chi sei.”

Il padre era un invalido, che non aveva mai ricevuto nessuna ricompensa o pensione dopo quella maledetta guerra.

Abitavano in un paesino di soli 200 abitanti ricco di vegetazione dove si conoscevano tutti.

C’era un unico televisore dove tutti si riunivano alla sera dopo cena per guardare film, telenovelas, partite di calcio, telegiornali etc. Dipendeva dalla serata!

Youssef quando guardava la tv rimaneva sempre colpito dalla pubblicità.

L’ immagine che aveva sempre impressa nella mente era quella della famigliola felice che faceva colazione spalmando la nutella su questa fetta di pane.

Questa pubblicità lo faceva riflettere sulla sua situazione, questo lusso non gli era permesso infatti il pane era fatto in casa dalla madre e a volte gli veniva concesso solo il burro che il pastore Muhammade portava loro.

Ah, come desiderava quella nutella! Voleva assaggiarla almeno una volta per capire che gusto avesse e provare quella sensazione di felicità che provava quella famiglia della pubblicità.

Una sera un po’ diversa dalle altre fece il sogno di essere seduto a tavola con la sua famiglia a mangiare la nutella.

Quando si svegliò prese la decisione di partire alla ricerca di quel nettare degli dei.

Alla sera, dopo il lavoro, durante la cena comunicò alla famiglia che voleva partire.

Tutti rimasero sconcertati, nessuno se lo aspettava, tranne la madre che sapeva sarebbe arrivato questo momento.

Youssef aveva un amico che conosceva un tizio che organizzava viaggi su barche e con i pochi soldi che aveva messo da parte e con i risparmi della famiglia che gli aveva regalato la madre, poté partire.

A lui poco importava se rischiasse la morte ma voleva la sua nutella.

Arrivò il giorno della partenza tutti nel paesino erano tristi, l’anziana Safiyya piangeva e urlava: “Il mio bambino partirà e non tornerà mai più.” Ognuno gli fece dei piccoli regali/portafortuna. 

Lasciò il suo lavoro al fratello secondogenito Ismael, così poteva prendere il suo posto nel sostenimento della famiglia.

Salutò tutti e lasciò per ultima la madre che strinse con un abbraccio. La tristezza della madre era così profonda che riuscì a dirgli solo la solita frase:

“Tu sei mio figlio e dal mio ventre sei uscito. Sei un pezzo di me e credo in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle stelle. Segui il tuo cuore e non dimenticare mai chi sei.”

Prese le sue cose e dopo tanti saluti partì alla ricerca della sua nutella.

Qamar Sandra Andrade