Nhô Manel, il Van Helsing degli stregoni di São Nicolau

Leggende, tradizioni orali, paesaggi e stregoneria: storie umane e storie di spiriti maligni.

Parte I

L’anatra con la collana d’oro

Nhô Manel, il Van Helsing degli stregoni di São Nicolau

Lui li odiava tutti, il suo scopo nella vita era smascherarli uno alla volta dandoli il colpo di Grazia senza timore e senza pietà!”

Nella contea di Ribeira Brava, sull’isola di São Nicolau, viveva nhô Manel. Un mandrongue* di occhi azzurri, capelli biondi, alto, astuto e di famiglia ricca. Era l’unico a possedere una macchina su tutta l’isola, gli capitava spesso di portare la gente da un luogo all’altro.

A quei tempi molte persone erano costrette a spostarsi da un villaggio all’altro a piedi. Si svegliavano di notte e percorrevano distanze lunghe nel buio e nel silenzio delle ombre degli alberi. Spesso poteva capitarli di vedere la luce delle streghe. Era una luce intensa di tantissimi colori, appariva e spariva velocemente e quando capitava di vederne una a distanza ravvicinata era meglio distogliere lo sguardo. I rischi erano:

  • Diventare pazzi;
  • Perdere la vita o la propria anima;
  • Essere posseduti da uno spirito maligno.

Quel che non piaceva a nhô Manel erano gli stregoni che cercavano di vivere nella menzogna. Lui li odiava tutti, il suo scopo nella vita era smascherarli uno alla volta dandoli il colpo di Grazia senza timore e senza pietà.

Una notte nhô Manel uscì di casa per andare a prendere delle persone nella piazza centrale di Vila Ribeira Brava. Mentre percorreva la strada di terra battuta imbatté in un’anatra con una collana d’oro.

I suoi sensi si attivarono subito: “ Cosa faceva un’anatra a quell’ora in mezzo alla strada?”, “Con una collana d’oro?”. Così scese dalla macchina a controllare più da vicino, l’anatra era immobile e lo fissava. Quello che vide nhô Manel fu che l’anatra aveva i piedi umani, senza perdere tempo corse verso la macchina e accesi i motori.

Urlò: “Esci dalla mia strada sennò ti investo!”. Ma l’anatra non si mosse, allorché gli è venuto un idea. Spensi i motori della macchina (nhô Manel non aveva paura di niente e di nessuno), andò verso l’anatra, prese la collana e se ne andò per la sua strada.

Due mattine seguenti ricevette una convocazione per presentarsi in tribunale, qualcuno gli aveva fatto causa.

Non si agitò, sapeva già chi l’aveva fatto causa. Il giorno dopo con passi veloci e decisi si diresse verso il tribunale.

Il tribunale era un piccolo edificio stile coloniale e al suo ingresso vi era una guardia che controllava le persone prima di entrare. Nhô Manel fece il solito saluto, dichiarò perché era lì presentando la lettera ed entrò.

Quando arrivò nella sala dove erano presenti il giudice e altre decine di persone, vide seduto João di Covoada tutto tremolante con aria accusatoria. Il giudice lo fece accomodarsi e iniziò l’udienza.

Giudice: “Buongiorno a tutti! Dichiaro aperta la seduta. Oggi siamo riunite qui perché signor João di Covoada, qui presente, accusa nhô Manel di averlo derubato. L’oggetto in questione è una collana d’oro. Nhô Manel cosa ha da dire in sua difesa?”

Nhô Manel: “Buongiorno signor Giudice, buongiorno a tutti. In mia difesa dico che non ho preso o rubato nessuna collana…”.

João interrompé: “E’ stato lui signor Giudice, è stato lui. Era notte fonda, stavo andando all’orto. Come ben sa signor Giudice io vengo da una famiglia povera e siamo oneste persone. Stavo andando a tra um dia de traboi (“togliere” un giorno di lavoro)…”.

Signor João iniziò a piangere come un bambino, nhô Manel si arrabbiò moltissimo. Era inaccettabile una situazione del genere. Un uomo che era uno stregone e per lo più stava piangendo come un bambino, per lui era una presa in giro.

Nhô Manel: “No, no, no signor Giudice. Io non ho preso la collana a costui ma sì a un’anatra. Stavo andando a lavorare due notti fa quando sulla mia strada si presentò un’anatra. Se il signor João dice che la collana è sua, allora era lui l’anatra”.

João: “Come si permette di accusarmi di essere un’anatra? Brutta merda, io sono un uomo dignitoso e un gran lavoratore”.

Nhô Manel:“ Con caralho*, chi crede di essere per parlarmi così?”

Giudice: “Silenzio in aula, silenzio e non voglio sentire queste parole nella mia aula. Signori comportati da gentiluomini. Dunque nhô Manel ha preso o non ha preso la collana a questo signore?”

Nhô Manel: “ Come ho già detto in precedenza, io non ho preso nessuna collana a quest’uomo di cattive usanze…”.

João: “ Ubi, bo cre porrada? Bo cre porrada? (Ascolta, vuoi delle botte? Vuoi delle botte) Andiamo fuori a risolvere la questione da uomo a uomo se ha il coraggio. No bai, no bai! (Andiamo, andiamo)”.

Giudice: “ Signori, signori… se non vi fermate, vi faccio arrestare tutti due”.

Nhô Manel: “Signor Giudice, è lui che mi sta insultando. Io sono un uomo integro e sincero. Quello che vi sto raccontando è la pura verità”.

Mentre pronunciava queste parole, vide negli occhi di João l’odio. L’odio di chi era pronto a esplodere e di commettere un assassinio in piena seduta in un piccolo tribunale di un paesino di brava gente.

Giudice: “ Signor João, le chiedo ancora un’altra volta: è vero o no che nhô Manel le presi la collana d’oro?”

João: “ Signor Giudice, io sono un uomo onesto e di buona famiglia…”.

Giudice: “Non le ho chiesto di illustrarmi il suo carattere e le sue origini, ma se il signore qui presente ha commesso il reato di cui la sta accusando?”.

João: “ Sì, signor Giudice è stato lui”.

Nhô Manel gonfiò il petto di coraggio e di aria stagna del tribunale (le finestre erano chiuse per non fare entrare le mosche. Si avvicinava la stagione della pioggia): “ Io non ho commesso nessun reato. Anzi accuso IO il signore qui presente di essere uno stregone”.

La luce calò nella sala, silenzio tombale e il tempo si fermò per un istante. L’aria nell’aula non era più aria, solo l’odore di un cadavere in fase di decomposizione. Purtroppo per nhô Manel a Capo Verde era uscita una legge che nessuno poteva accusare nessuno di stregoneria. Nhô Manel compresi che aveva sbagliato, quella frase era uscita dalla sua bocca senza volerlo.

Pensò: “Caralho! Questa mi costerà cara”.

Come andò a finire? Nhô Manel persi la sua battaglia contro lo stregone e dovete restituire la collana. Non fu condannato, soltanto dovete pagare una somma di denaro come risarcimento a João di Covoada.

Quando usciranno dal tribunale, nhô Manel vide la faccia di João tutta sorridente e gli si avvicinò:

“Oggi ho perso una battaglia, non la guerra. Giuro che vi darò la caccia uno a uno, giuro per quello che ho di più prezioso in questo mondo e che mi sia testimoni il cielo che vi brucerò tutti. Ah se um tra bsot merda, carallho!”

Da quel giorno nho Manel diventò il Van Helsing degli stregoni di Sao Nicolau.

*Nho (in italiano si pronuncia Gno): signore.

*Mandrongue/ mandrongo: un appellativo usato per descrivere i portoghesi o figli di portoghesi nati a Capo Verde nell’era coloniale, che poi è rimasto nel tempo.

* Caralho: è una parolaccia in portoghese.

Ringrazio Georgina Lopes per avermi raccontato le storie di Nho Manel e Fernanda Gomes per avermi aiutata a ricordare un po’ di Sao Nicolau.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Nhô Anton e il gran segreto

Frammenti di una Capoverdiana, isola di Sal

Quel gran segreto fu il tormento di nhô Anton per brevi giorni di quell’estate affannosa.

Nhô Anton era un uomo semplice, di poche parole, un gran lavoratore e un buon padre di famiglia. Il suo unico difetto era quello di non riuscire a tenere un segreto per sé.

Proveniva da una famiglia umile e dignitosa. Una famiglia di uomini e di donne onesti.

Nhô Anton camminava con i piedi circonflessi e con le mai dietro alla schiena. Atteggiamento di un uomo distrutto dalle difficoltà della vita e stanco dal proprio essere.

Nato a Alto de São João sull’isola di Sal, ogni mattina andava a lavorare nel suo orto a Terra Boa. Si alzava, faceva due rezas*, lavava la faccia, buttava giù il caffè nero preparato la sera prima, prendeva il suo fagottino con cibo e acqua, e usciva di casa con il piede destro. Sempre con il piede destro si esce di casa. Poi dirigeva verso la stalla e prendeva il suo compagno fedele di lunga vita, l’asino Rabinhe.

Rabinhe si chiamava così, perché quando nacque aveva una coda piccolissima … quasi non si vedeva. La gente prese in giro nho Anton per un po’ di tempo:

“Oh nhô Anton cosa ha fatto alla coda dell’asino? Quella ingorda di sua moglie non le ha dato da mangiare? Ah, nho Anton lei è cattivo, ha mangiato la coda del suo asino”.

Non rispondeva mai alle provocazioni, proseguiva il suo cammino e pregava per quelle povere anime. Poi Rabinhe crebbe e anche la sua coda.

Una mattina però incontrò Dona Maria e si fermò per fare il suo solito saluto: un inchino e un Bom dia.

Nhô Anton: “ Bom dia, Dona Maria. Come sta?”

Dona Maria: “ Bom dia, nhô Anton. La vita procede, sempre i soliti dolori al ginocchio destro. Oggi li sento più forte…credo che pioverà”.

Dona Maria era una donna robusta, di tratti forti e segnati a causa del duro lavoro nelle faccende di casa. Aveva partorito sette figli e subito tre aborti spontanei. Era molto pettegola, sapeva gli affari di tutti e anche quelli dell’inferno. Lei sfiniva le persone con le sue lunghe chiacchiere.

Nhô Anton: “Oxalá* Dona Maria, oxalá. E’ tempo di acqua, Dio è nel cielo e lui sa meglio. Prego tutte le sere, i campi ormai sono asciutti”.

Dona Maria: “Oxalá così sarà”.

Nhô Anton: “Bene Dona Maria, la saluto. La giornata oggi sarà lunga e ventosa”.

Dona Maria: “Oh nhô Anton, il signore ha sentito di nha Josefa e di nho Fermine?”

Nhô Anton: “Lascia stare la vita degli altri. E’ meglio non mettere il cucchiaio negli affari altrui”.

Dona Maria: “Nhô Anton, le racconto un segreto ma la mia bocca non è qui. Non deve dirlo a nessuno”.

Nhô Anton cercò di avviarsi ma Rabinhe era interessato alla conversazione e quindi non si è mosso neanche di due passi.

Nhô Anton: “No, no, no. Non voglio sapere niente, non riesco a tenere un segreto e lei questo lo sa”.

Ah quando il pettegolezzo è più forte del buon senso, le parole escono dalla bocca delle persone come un fiume in piena! E fu così che dona Maria raccontò il gran segreto a nhô Anton.

Povero nhô Anton, cosa aveva appena udito dalla bocca di quella donna? Il gran segreto lo sconvolse.

Travolto dalle parole di quella donna, giurò a lei e ai quattro venti che non avrebbe mai raccontato niente di niente a nessuno, cascasse il mondo. Fece il Jurim, jurim* e se ne andò per la sua strada pensando a come nascondere ai suoi cari ciò che aveva appena sentito e scoperto.

Quando tornò a casa, la moglie accorse subito che qualcosa non andasse. Chiese al marito: “Cosa tormenta la tua anima, Anton? Che peccato hai commesso?”

Lui le rispose che andava tutto bene, era solo un po’ stanco. Giornata di duro lavoro.

Passarono i giorni, le settimane e nhô Anton era sempre angosciato. Sognò per notti il gran segreto.

Una mattina mentre andava a lavorare, vide un muro di una casa abbandonata. Si avvicinò con cautela, guardò verso destra e poi verso sinistra…nessuna anima viva nei paraggi. Non si muoveva neanche la polvere della terra battuta. Allora il povero uomo pensò: “Nel muro di questa casa c’è un buco, posso raccontare il segreto. E’ come se avessi raccontato a qualcuno!”

Si avvicinò al buco e raccontò il gran segreto. Si tolse un peso enorme, tutto fiero prese il suo asinello e se ne andò per la sua strada.

Quello che non sapeva nhô Anton è che dietro a quel muro c’era una persona impegnata a fare i suoi bisogni. Il segreto ormai era nella bocca di un altro.

Tuttavia il segreto smise di essere un segreto quando dona Maria lo raccontò a nhô Anton.

*Rezas: preghiera.

*Oxala: Se Dio vuole.

*Jurim: giuramento, promessa.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

In un’altra vita… ero capoverdiana

Image by Prettysleepy from Pixabay

Spesso quando bevo il tè del diavolo (barbidjaca) cado in questo vortice che mi porta a rivivere la mia vita precedente. Non so se è il Diavolo che mi parla o se è Dio che mi sussurra  che ho avuto tante vite, fra cui quella di essere nata nelle isole che un tempo appartenevano agli dei greci… le  cosiddette isole di Macaronesia.

Cala il sipario e ritorno come tutte le volte su questa spiaggia di sabbia bianca a guardare le stelle e ad ascoltare il suono della chitarra del mio amico Pedro. I miei amici mi chiedono: “manera, tud dret?” e io rispondo “ tud fixe!” .

In certe occasioni mi allontanavo e andavo verso la riva per ascoltare da vicino il rumore delle onde, spesso mi sentivo come Penelope che aspettava di rivedere il suo Ulisse.

La canzone che spesso cantiamo e suoniamo è quella  “ ‘m cria ser poeta “ di Paulino Vieira, c’è chi balla, chi piange, chi ride…insomma questa canzone provoca in tutti noi un sentimento diverso.

Quando non si canta, Joao ci racconta storie degli spiriti, streghe, “catchorrona”/ specie di lupo mannaro, scheletri che cammino a zig zag e si spezzano in frantumi , “massonque”/ massone, e tante altre. Brividi di paura mi attraversano la schiena ma non voglio e non vorrei mai che smettesse di raccontare. Torno a casa da sola pensando a quelle storie e nella mente riaffiorano tutte le paure. Inizio a correre perché dietro di me sento dei passi che non sono i miei, la paura è tanta e non voglio girarmi per controllare. Per fortuna c’è Maya il mio cane e mi sento più protetta, infatti quando Maya mi è venuta in contro non ho più sentito quei passi. C’è n’è ancora di strada da fare per arrivare alla mia casetta in mezzo al bosco.

Il bosco è fitto, la strada è sterrata, e sento il fruscio delle foglie.

Un silenzio di tomba! Siamo solo io e Maya. Anche lei è inquieta, ma non emette nessun latrato, scruta ogni piccolo movimento sospetto.

Siamo quasi vicino a casa, si intravede la luce che proviene dalla cucina, dove mamma, ogni sera, prima di andare a letto, cuce e recita il rosario. Chissà se il mio fratellino sta dormendo, ogni sera mi aspetta per ascoltare la favola della buonanotte Tilobo e Chibinho.

Ad un tratto Maya si ferma di colpo, non vuole più proseguire.

Faccio due tre passi in avanti ma  Maya è sempre lì nello stesso punto e inizia a ringhiare.

I miei battiti cardiaci iniziano ad accelerare, comincio a tremare, all’improvviso ho freddo, c’ è qualcosa nell’aria che non mi piace.

Non se andare avanti, o iniziare a correre o urlare. Cosa sta succedendo? Le mie gambe sembrano paralizzate, mi guardo intorno e la scena cambia improvvisamente.

Tutto è diventato buio, sento dei passi venire verso di me ma non vedo niente.

I passi non sono più due, si moltiplicano, sento delle risate, risate che sembrano lame che ti trafiggono l’ anima. Maya ringhia sempre più forte, le fronde degli alberi sembrano impazzite.

Torno indietro verso Maya perché ho paura e mi inchino per abbracciarla. Ad un tratto sento qualcosa/qualcuno che mi salta sulla schiena, non riesco a muovermi. Il cane rizza il pelo e mi salta addosso. Cado, Maya rotola come per lottare a terra ma non vedo niente. Le risate sono sempre più forti e vicine, sento battiti di piedi, mi sento accerchiata.

Vorrei pregare ma so che le preghiere ora non servono a niente, nessuno mi può aiutare. Perdo i sensi.

Quando rinvengo, sento la voce di mia madre e apro gli occhi. È mattina.

Mi alzo e corro verso mia madre piangendo, la abbraccio e mi viene in mente Maya.

Mi giro per cercarla ma è sdraiata per terra.

La chiamo ma lei non si muove, è ferma. Le vado incontro e capisco che Maya è morta.

Maya mi ha salvata, non so da chi o da che cosa ma di per certo so che stanotte è successo qualcosa.

A quello che è successo quello che ho visto, quello che ho sentito non c è una spiegazione logica.

Torno a casa piangendo e mi sdraio sul letto.

Mi risveglio e mi ritrovo in uno studio, sono con il mio amico Sigmund.

Correva l’anno 1912 ero in Austria per lavoro e sapendo che anche lui era lì sono andata a salutarlo.

L’ ultima volta che c’eravamo visti 5 anni prima eravamo in Svizzera.

Quando sono arrivata nel suo studio mi ha offerto un tè di questa pianta che il suo amico capitano George Roberts aveva portato dai suoi viaggi a Capo Verde, questa pianta per qualcuno si chiamava barbidjaca per altri tè del diavolo.

Dopo averlo bevuto, il mio ultimo ricordo era il libro dell’Odissea appoggiato sulla scrivania.

Sono  caduto in uno stato ipnotico.

La vita è un teatro, tutto è in continuo movimento e mutamento le sensazioni e le emozioni sono parte di un sistema cosmico che nessuno può controllare.

Sandra Andrade e Ilaria Filippo