Nhô Manel, il Van Helsing degli stregoni di São Nicolau

Leggende, tradizioni orali, paesaggi e stregoneria: storie umane e storie di spiriti maligni.

Parte I

L’anatra con la collana d’oro

Nhô Manel, il Van Helsing degli stregoni di São Nicolau

Lui li odiava tutti, il suo scopo nella vita era smascherarli uno alla volta dandoli il colpo di Grazia senza timore e senza pietà!”

Nella contea di Ribeira Brava, sull’isola di São Nicolau, viveva nhô Manel. Un mandrongue* di occhi azzurri, capelli biondi, alto, astuto e di famiglia ricca. Era l’unico a possedere una macchina su tutta l’isola, gli capitava spesso di portare la gente da un luogo all’altro.

A quei tempi molte persone erano costrette a spostarsi da un villaggio all’altro a piedi. Si svegliavano di notte e percorrevano distanze lunghe nel buio e nel silenzio delle ombre degli alberi. Spesso poteva capitarli di vedere la luce delle streghe. Era una luce intensa di tantissimi colori, appariva e spariva velocemente e quando capitava di vederne una a distanza ravvicinata era meglio distogliere lo sguardo. I rischi erano:

  • Diventare pazzi;
  • Perdere la vita o la propria anima;
  • Essere posseduti da uno spirito maligno.

Quel che non piaceva a nhô Manel erano gli stregoni che cercavano di vivere nella menzogna. Lui li odiava tutti, il suo scopo nella vita era smascherarli uno alla volta dandoli il colpo di Grazia senza timore e senza pietà.

Una notte nhô Manel uscì di casa per andare a prendere delle persone nella piazza centrale di Vila Ribeira Brava. Mentre percorreva la strada di terra battuta imbatté in un’anatra con una collana d’oro.

I suoi sensi si attivarono subito: “ Cosa faceva un’anatra a quell’ora in mezzo alla strada?”, “Con una collana d’oro?”. Così scese dalla macchina a controllare più da vicino, l’anatra era immobile e lo fissava. Quello che vide nhô Manel fu che l’anatra aveva i piedi umani, senza perdere tempo corse verso la macchina e accesi i motori.

Urlò: “Esci dalla mia strada sennò ti investo!”. Ma l’anatra non si mosse, allorché gli è venuto un idea. Spensi i motori della macchina (nhô Manel non aveva paura di niente e di nessuno), andò verso l’anatra, prese la collana e se ne andò per la sua strada.

Due mattine seguenti ricevette una convocazione per presentarsi in tribunale, qualcuno gli aveva fatto causa.

Non si agitò, sapeva già chi l’aveva fatto causa. Il giorno dopo con passi veloci e decisi si diresse verso il tribunale.

Il tribunale era un piccolo edificio stile coloniale e al suo ingresso vi era una guardia che controllava le persone prima di entrare. Nhô Manel fece il solito saluto, dichiarò perché era lì presentando la lettera ed entrò.

Quando arrivò nella sala dove erano presenti il giudice e altre decine di persone, vide seduto João di Covoada tutto tremolante con aria accusatoria. Il giudice lo fece accomodarsi e iniziò l’udienza.

Giudice: “Buongiorno a tutti! Dichiaro aperta la seduta. Oggi siamo riunite qui perché signor João di Covoada, qui presente, accusa nhô Manel di averlo derubato. L’oggetto in questione è una collana d’oro. Nhô Manel cosa ha da dire in sua difesa?”

Nhô Manel: “Buongiorno signor Giudice, buongiorno a tutti. In mia difesa dico che non ho preso o rubato nessuna collana…”.

João interrompé: “E’ stato lui signor Giudice, è stato lui. Era notte fonda, stavo andando all’orto. Come ben sa signor Giudice io vengo da una famiglia povera e siamo oneste persone. Stavo andando a tra um dia de traboi (“togliere” un giorno di lavoro)…”.

Signor João iniziò a piangere come un bambino, nhô Manel si arrabbiò moltissimo. Era inaccettabile una situazione del genere. Un uomo che era uno stregone e per lo più stava piangendo come un bambino, per lui era una presa in giro.

Nhô Manel: “No, no, no signor Giudice. Io non ho preso la collana a costui ma sì a un’anatra. Stavo andando a lavorare due notti fa quando sulla mia strada si presentò un’anatra. Se il signor João dice che la collana è sua, allora era lui l’anatra”.

João: “Come si permette di accusarmi di essere un’anatra? Brutta merda, io sono un uomo dignitoso e un gran lavoratore”.

Nhô Manel:“ Con caralho*, chi crede di essere per parlarmi così?”

Giudice: “Silenzio in aula, silenzio e non voglio sentire queste parole nella mia aula. Signori comportati da gentiluomini. Dunque nhô Manel ha preso o non ha preso la collana a questo signore?”

Nhô Manel: “ Come ho già detto in precedenza, io non ho preso nessuna collana a quest’uomo di cattive usanze…”.

João: “ Ubi, bo cre porrada? Bo cre porrada? (Ascolta, vuoi delle botte? Vuoi delle botte) Andiamo fuori a risolvere la questione da uomo a uomo se ha il coraggio. No bai, no bai! (Andiamo, andiamo)”.

Giudice: “ Signori, signori… se non vi fermate, vi faccio arrestare tutti due”.

Nhô Manel: “Signor Giudice, è lui che mi sta insultando. Io sono un uomo integro e sincero. Quello che vi sto raccontando è la pura verità”.

Mentre pronunciava queste parole, vide negli occhi di João l’odio. L’odio di chi era pronto a esplodere e di commettere un assassinio in piena seduta in un piccolo tribunale di un paesino di brava gente.

Giudice: “ Signor João, le chiedo ancora un’altra volta: è vero o no che nhô Manel le presi la collana d’oro?”

João: “ Signor Giudice, io sono un uomo onesto e di buona famiglia…”.

Giudice: “Non le ho chiesto di illustrarmi il suo carattere e le sue origini, ma se il signore qui presente ha commesso il reato di cui la sta accusando?”.

João: “ Sì, signor Giudice è stato lui”.

Nhô Manel gonfiò il petto di coraggio e di aria stagna del tribunale (le finestre erano chiuse per non fare entrare le mosche. Si avvicinava la stagione della pioggia): “ Io non ho commesso nessun reato. Anzi accuso IO il signore qui presente di essere uno stregone”.

La luce calò nella sala, silenzio tombale e il tempo si fermò per un istante. L’aria nell’aula non era più aria, solo l’odore di un cadavere in fase di decomposizione. Purtroppo per nhô Manel a Capo Verde era uscita una legge che nessuno poteva accusare nessuno di stregoneria. Nhô Manel compresi che aveva sbagliato, quella frase era uscita dalla sua bocca senza volerlo.

Pensò: “Caralho! Questa mi costerà cara”.

Come andò a finire? Nhô Manel persi la sua battaglia contro lo stregone e dovete restituire la collana. Non fu condannato, soltanto dovete pagare una somma di denaro come risarcimento a João di Covoada.

Quando usciranno dal tribunale, nhô Manel vide la faccia di João tutta sorridente e gli si avvicinò:

“Oggi ho perso una battaglia, non la guerra. Giuro che vi darò la caccia uno a uno, giuro per quello che ho di più prezioso in questo mondo e che mi sia testimoni il cielo che vi brucerò tutti. Ah se um tra bsot merda, carallho!”

Da quel giorno nho Manel diventò il Van Helsing degli stregoni di Sao Nicolau.

*Nho (in italiano si pronuncia Gno): signore.

*Mandrongue/ mandrongo: un appellativo usato per descrivere i portoghesi o figli di portoghesi nati a Capo Verde nell’era coloniale, che poi è rimasto nel tempo.

* Caralho: è una parolaccia in portoghese.

Ringrazio Georgina Lopes per avermi raccontato le storie di Nho Manel e Fernanda Gomes per avermi aiutata a ricordare un po’ di Sao Nicolau.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Nhô Anton e il gran segreto

Frammenti di una Capoverdiana, isola di Sal

Quel gran segreto fu il tormento di nhô Anton per brevi giorni di quell’estate affannosa.

Nhô Anton era un uomo semplice, di poche parole, un gran lavoratore e un buon padre di famiglia. Il suo unico difetto era quello di non riuscire a tenere un segreto per sé.

Proveniva da una famiglia umile e dignitosa. Una famiglia di uomini e di donne onesti.

Nhô Anton camminava con i piedi circonflessi e con le mai dietro alla schiena. Atteggiamento di un uomo distrutto dalle difficoltà della vita e stanco dal proprio essere.

Nato a Alto de São João sull’isola di Sal, ogni mattina andava a lavorare nel suo orto a Terra Boa. Si alzava, faceva due rezas*, lavava la faccia, buttava giù il caffè nero preparato la sera prima, prendeva il suo fagottino con cibo e acqua, e usciva di casa con il piede destro. Sempre con il piede destro si esce di casa. Poi dirigeva verso la stalla e prendeva il suo compagno fedele di lunga vita, l’asino Rabinhe.

Rabinhe si chiamava così, perché quando nacque aveva una coda piccolissima … quasi non si vedeva. La gente prese in giro nho Anton per un po’ di tempo:

“Oh nhô Anton cosa ha fatto alla coda dell’asino? Quella ingorda di sua moglie non le ha dato da mangiare? Ah, nho Anton lei è cattivo, ha mangiato la coda del suo asino”.

Non rispondeva mai alle provocazioni, proseguiva il suo cammino e pregava per quelle povere anime. Poi Rabinhe crebbe e anche la sua coda.

Una mattina però incontrò Dona Maria e si fermò per fare il suo solito saluto: un inchino e un Bom dia.

Nhô Anton: “ Bom dia, Dona Maria. Come sta?”

Dona Maria: “ Bom dia, nhô Anton. La vita procede, sempre i soliti dolori al ginocchio destro. Oggi li sento più forte…credo che pioverà”.

Dona Maria era una donna robusta, di tratti forti e segnati a causa del duro lavoro nelle faccende di casa. Aveva partorito sette figli e subito tre aborti spontanei. Era molto pettegola, sapeva gli affari di tutti e anche quelli dell’inferno. Lei sfiniva le persone con le sue lunghe chiacchiere.

Nhô Anton: “Oxalá* Dona Maria, oxalá. E’ tempo di acqua, Dio è nel cielo e lui sa meglio. Prego tutte le sere, i campi ormai sono asciutti”.

Dona Maria: “Oxalá così sarà”.

Nhô Anton: “Bene Dona Maria, la saluto. La giornata oggi sarà lunga e ventosa”.

Dona Maria: “Oh nhô Anton, il signore ha sentito di nha Josefa e di nho Fermine?”

Nhô Anton: “Lascia stare la vita degli altri. E’ meglio non mettere il cucchiaio negli affari altrui”.

Dona Maria: “Nhô Anton, le racconto un segreto ma la mia bocca non è qui. Non deve dirlo a nessuno”.

Nhô Anton cercò di avviarsi ma Rabinhe era interessato alla conversazione e quindi non si è mosso neanche di due passi.

Nhô Anton: “No, no, no. Non voglio sapere niente, non riesco a tenere un segreto e lei questo lo sa”.

Ah quando il pettegolezzo è più forte del buon senso, le parole escono dalla bocca delle persone come un fiume in piena! E fu così che dona Maria raccontò il gran segreto a nhô Anton.

Povero nhô Anton, cosa aveva appena udito dalla bocca di quella donna? Il gran segreto lo sconvolse.

Travolto dalle parole di quella donna, giurò a lei e ai quattro venti che non avrebbe mai raccontato niente di niente a nessuno, cascasse il mondo. Fece il Jurim, jurim* e se ne andò per la sua strada pensando a come nascondere ai suoi cari ciò che aveva appena sentito e scoperto.

Quando tornò a casa, la moglie accorse subito che qualcosa non andasse. Chiese al marito: “Cosa tormenta la tua anima, Anton? Che peccato hai commesso?”

Lui le rispose che andava tutto bene, era solo un po’ stanco. Giornata di duro lavoro.

Passarono i giorni, le settimane e nhô Anton era sempre angosciato. Sognò per notti il gran segreto.

Una mattina mentre andava a lavorare, vide un muro di una casa abbandonata. Si avvicinò con cautela, guardò verso destra e poi verso sinistra…nessuna anima viva nei paraggi. Non si muoveva neanche la polvere della terra battuta. Allora il povero uomo pensò: “Nel muro di questa casa c’è un buco, posso raccontare il segreto. E’ come se avessi raccontato a qualcuno!”

Si avvicinò al buco e raccontò il gran segreto. Si tolse un peso enorme, tutto fiero prese il suo asinello e se ne andò per la sua strada.

Quello che non sapeva nhô Anton è che dietro a quel muro c’era una persona impegnata a fare i suoi bisogni. Il segreto ormai era nella bocca di un altro.

Tuttavia il segreto smise di essere un segreto quando dona Maria lo raccontò a nhô Anton.

*Rezas: preghiera.

*Oxala: Se Dio vuole.

*Jurim: giuramento, promessa.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

L’eco dei fantasmi: Pedra de Lume!

Leggende, tradizioni, paesaggi e sogni: storie umane e storie di luoghi dimenticati.

Pedra de Lume

Ogni luogo ha una propria personalità e storia. Ci sono luoghi in cui i racconti soprannaturali sono tramandati da anziani ai più piccoli. Questi racconti viaggiano nel tempo e rimangano attivi nella memoria collettiva.

Pedra de Lume* dove il tempo si è fermato, con il suo paesaggio quasi desertico colpisce il visitatore e lo assorbe nella sua bellezza. Un villaggio di pescatori, uno spettacolo magnifico avvolto nel mistero delle saline del suo vulcano. Una visione quasi apocalittica!

Camminare su questa terra desolata si ha la sensazione di essere in una nuova dimensione. C’è un silenzio assoluto, non c’è niente ma c’è tutto… la pace! E’ possibile ammirare edifici fantasmi, rocce e monti sparsi nelle acque cristalline dell’oceano atlantico.

Ogni volta che si va, ci si rimane colpito da qualche particolare non visto prima. Si avverte l’eco dei fantasmi, di anime perdute e dimenticate. Fantasmi del passato, del presente e del futuro.

Il suo vulcano è la culla delle anime dimenticate da Dio, il purgatorio! C’è una leggenda che riguarda la costruzione del tunnel, l’entrata al cratere del vulcano di Pedra de Lume.

La leggenda narra di un uomo, non si è mai conosciuto la sua identità, con il suo asino e un piccone. Nelle notti di luna piena picchettava le parati del vulcano. Alcuni dicevano che arrivasse dal mare, altri dicevano che uscisse dalla terra con il suo asino. Quello che si sa è che con i primi raggi del sole sparivano nel nulla.

Allo scattare della mezzanotte di una notte qualsiasi la gente del posto, nei loro caldi letti, udirono un colpo! Un picchiettio così forte e atroce che li spaventò. Le loro povere anime presi dalla paura, uscirono dai loro corpi per andare a fare il giro del cimitero sette volte.

Il giorno seguente appena svegli andarono a controllare, con stupore e paura ebbero la conferma dei loro timori: qualcuno o qualcosa stava cercando di aprire un varco nel vulcano. Ogni mattina il tunnel si allargava sempre di più, ma nessuna traccia umana o di animale. E i poveri cristi si allontanavano dal vulcano facendo il segno della croce per scongiurare ogni male.

Nhô Pedro* era l’unico di aver visto l’uomo misterioso! In una notte di luna piena uscì per urinare, a quei tempi i bagni erano quasi fatiscenti, delle latrine all’esterno delle case. Mezzo assonnato, pronto per svuotare la vescica, vide una luce verde illuminare l’ovest. Curioso com’era, tirò su i pantaloni del pigiama e camminò verso la direzione della luce.

Care amiche, cari amici quello che vidi nhô Pedro, lo sa solo lui. A noi è giunto la voce che lui non fu più la stessa persona.

Ogni madrugada* del primo venerdì del mese, si sedeva sulla soglia della porta con il suo cachimbe* restava nel silenzio assoluto e i suoi occhi ormai grigi e fissi puntavano verso l’ovest. Se qualcuno provava ad avvicinarsi a lui veniva coperto da sputi e maledetto in una lingua strana. Nhô Pedro odorava di zolfo e di pietà. Moglie, amanti e figli non li rivolse più la parola.

Nei giorni dove nhô Pedro era lucido raccontava di aver visto un uomo e un asino. L’uomo aveva una forma contorta, uno sguardo rosso fuoco e l’asino che lo accompagnava mentre camminava non toccava la terra.

Una mattina di un giorno qualsiasi, di un mese qualsiasi e di un anno qualsiasi i lavori al tunnel furono completati. La notte precedente a quella mattina, nessun abitante sentì il picchiettio insistente e assordante. Incuriositi, alle prime luci dell’alba, si trovarono tutti nel breve cammino verso il vulcano. Arrivati lì e per la loro sorpresa, il tunnel era aperto.

Uno accanto all’altra entrarono nel tunnel, ovviamente sempre facendo il segno della croce, e videro da lontano due sagome annegare e scomparire nelle profonde acque salate delle saline di Pedra de Lume.

A noi bambini fu raccontato questa storia e ci fu detto di fare attenzione mentre facciamo il “bagno” nelle saline. L’uomo dallo sguardo infuocato e il suo asino sono rimasti sempre lì, aspettano le anime dei peccatori per trascinarle giù nelle più profonde oscurità delle saline. Ma il Signore fu misericordioso e mandò quattro angeli a proteggere le anime buone e pie. I quattro angeli sorreggono i corpi e i pensieri onesti, ecco perché si galleggia nelle saline.

E quanto a Nhô Pedro? Sparì anche lui nelle profonde acque delle saline di un giorno qualsiasi, di un mese qualsiasi e di un anno qualsiasi.

* Isola di Sal e la sua storia: Isola di Sal e la sua storia – Frammenti di Una Capoverdiana

** Nho è una parola in creolo e significa signore.

*** Madrugada in italiano significa alba.

**** Cachimbe: la pippa.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Roberto Duarte Silva, il chimico di Santo Antão

Roberto Duarte Silva

Roberto Duarte Silva nacque il 25 febbraio del 1837 a Ribeira Grande, Santo Antão. Figlio di Francisco José Duarte e Matilde da Silva Feijòo. Il suo bisnonno, Joao da Silva Feijòo, originario di Rio de Janeiro, fu segretario del Governo di Capo Verde, un naturalista e sicuramente gli trasmesse la passione per la scienza e per la ricerca.

Roberto Duarte Silva fu un noto chimico capoverdiano, specializzò nella chimica organica. All’età di dieci anni iniziò a lavorare come apprendista nella farmacia di Almeida Rhino a Ribeira Grande. Suo padre morì quando aveva solo quattordici anni, una perdita che gli causò grande dolore e frustrazione.

All’età di diciassette anni partì per Lisbona grazie all’aiuto del suo dottore di lavoro, Almeida Rhino. A Lisbona lavorò alla farmacia Azevedo e studiò sotto la guida del farmaceutico Joao de Sousa Teles.

Il 21 marzo del 1857 si diplomò come farmacista nella Scuola Medico Chirurgica a Lisbona. Nello stesso anno sua madre morì a causa dell’epidemia di colerà che colpì duramente quell’anno l’arcipelago.

Roberto Duarte Silva dedicò tutta la sua vita alla scienza, visse anche a Macao, ad Hong-Kong e a Parigi.

Ad Hong Kong aprì la sua prima farmacia. Dopo la guerra della Crimea, alla fine del 1850, fu inviata una spedizione congiunta franco-britannica e Silva fu nominato fornitore ufficiale del corpo di spedizione francese. Dopo questa esperienza, nel 1862, si trasferì a Parigi.

Nel 1863 iniziò a frequentare le lezioni di AdolpheWurtz, Henri Sainte-Claire Deville, Marcelin Berthelot e Jerome Balard. Con una licenza in fisica, divenne uno studente di ricerca di Wurtz e nel 1867 pubblicò il suo primo articolo “Amylamines”:

La ricerca iniziale di Silva fu dedicata soprattutto alla preparazione di amilamina (o amilammina). Seguendo la procedura di Wurtz, decompose “cyanate et cyanurate de amyle” con idrossido di potassio, ottenendo così una miscela di tre ammine. Secondo Friedel, il biografo più affidabile di Silva, prima del lavoro del chimico capoverdiano la produzione di ammine secondarie e terziarie in questa particolare reazione era sfuggita alle osservazioni dei chimici.

Dal 1882 fino alla sua morte insegnò chimica analitica all’Ecole des Mines de Paris (ora si chiama Mines Paris Tech), all’Ecole Centrale des Arts e Manufactures (Ecole centrale de Paris) e all’Ecole Superieure de physique et de chimie industrial de la ville de Paris.

Fu professore di chimica di Charles Lepierre.

A Duarte Silva fu conferito il Premio Jecker (Prix Jecker) dall’Accademia delle scienze francese nel 1885. Nel 1887 divenne presidente della Société Chimique de France.

Nonostante la distanza che gli separava dalla sua terra madre non dimenticò le sue origini. Otto giorni prima di morire scrisse una lettera al suo unico fratello, il suo desiderio fu di avere una proprietà nella sua amata isola: “… volevo avere alberi di arancio, alcuni alberi di caffè, molti banani, ecc., che mi ricordassero una piccola parte della mia infanzia”.

Morì il 9 febbraio del 1889 a Parigi, affetto di una terribile malattia allo stomaco e al polmone sinistro.

Curiosità:

La scuola di Ribeira Grande porta il suo nome;

La banconota capoverdiana di 500 escudos è dedica a lui

A Lisbona c’è una strada a Sao Domingos de Benfica che porta il suo nome.

Bibliografia:

FRAGATA, Revista de Bordo da TACV- CABO VERDE AIRLINES- N°11-Julho 1996

4th International Conference on History of Chemistry, Communication in Chemestry in Europe across Borders and across Generations, 3-7 September 2003 Budapest, Hungary

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Poesie per Willy di Vittoria Canfora

In memoria del giovane eroe e martire Willy Monteiro Duarte, una poesia scritta da Vittoria Canfora.

É proprio vero quello che si dice, “in un campo di fiori non prendi mai quello marcio, ma il più bello”.

Augurandovi un anno nuovo con più amore, condivisione e unità.

Poesie per Willy di Vittoria Canfora

La brutalità con cui il fiore è stato strappato

è quasi un insulto alla vita

Un fiore così bello,

troppo giovane,

troppo buono

e per questo mondo.

Quella notte in cui partì per sempre

mentre la sua anima andava

verso un posto migliore

la sua scia lasciò dietro di sé lacrime

e urla di dolore

e il sole che illuminava il suo viso

si spense.

Grigio e bianco.

Del campo pieno di fiori

ora rimaneva solo

 un lontano ricordo.

Vittoria Canfora

Quiz: Conosci Capo Verde?

Una giovane vita spezzata: Willy Monteiro Duarte

Il 2020 sicuramente è un anno che rimarrà nei nostri ricordi, nella nostra memoria e nella storia umana. Un anno difficile, incerto e pesante. Un anno con molte perdite di vite umane e di dolore. Dolore è quel sentimento che ci fa vivere quello stato di sofferenza, di angoscia e di tristezza. Il dolore della perdita di una persona cara ci rattrista. Il dolore di perdita di un figlio non si può immaginare e non si può augurare a nessun genitore. Un dolore lacerante ed infernale, che non smetterà mai di far male. Una ferita che difficilmente rimarginerà nel tempo. Come può andare un genitore avanti? Come può un genitore dimenticare? Potrà andare avanti vivendo giorno per giorno e di certo non sarà mai più la stessa persona.

Quando leggi certe notizie il tuo cuore non cessa di chiedere “PERCHÉ?”. Perché? Perché? Perché? Perché l’essere umano uccide il suo prossimo? Perché l’essere umano è in grado di compiere atti così atroci? Uccidere qualcuno è un’azione crudele, uccidere un giovane solo per il piacere di farlo è un atto terribile, malvagia e va PUNITO.

Il 2020, forse, ha fatto uscire il lato peggiore di noi stessi, ci ha fatti vedere anche certe realtà con occhi più critici e più severi.

La morte di un giovane provoca in noi una sensazione di amarezza. La morte di un giovane buono e dolce, con la vita davanti per mano di altri giovani è ancora più triste e rivoltante. In quale società stiamo vivendo? Dopotutto quello che abbiamo passato in questa quarantena, ancora non riusciamo a dare valore alla vita. Secondo la testimonianza di una donna, raccolta da Federica Angeli su Repubblica, che abita vicino al luogo dove è avvenuta la tragedia: “Non dimenticherò mai le grida di quel ragazzino. Diceva “basta, vi prego basta, non respiro più”.

La morte di Willy Monteiro Duarte ha scioccato non solo la comunità capoverdiana in Italia ma l’intero paese ed il mondo. Ha scioccato tutte le persone che ancora hanno un cuore e dei valori. Willy Duarte è stato picchiato, massacrato a pugni e calci a Colleferro da quattro ragazzi. Il suo errore? Essere nel posto e nel momento sbagliato.

Quando abbiamo letto questa notizia, abbiamo provato orrore e paura (può accadere a qualsiasi di noi, ai nostri figli, ai nostri amici, ai nostri fratelli ed alle nostre sorelle).

L’Italia è caduta nell’oblio più totale dietro a forze politiche distruttive e la società vive nella paura costante di essere derubata, rubata ed invasa. Come se ci fosse una nuvola oscura che rende le persone sempre più crudeli ed egoiste. E’ un paese disorientando, sofferente e pronto ad esplodere. Questi singoli atti sono solo l’inizio di una vera catastrofe preannunciata che potrebbe colpire in qualsiasi momento. Nessuno assume la propria responsabilità, tutti sono bravi a nascondersi dando colpa all’altro. La morte di questo ragazzo è il risultato di una politica che si nasconde dietro ai propri errori, di un clima che si sta innescando nell’odio e la gente viene manovrata come dei burattini.

Crediamo che sia un dovere di tutti noi impegnarci contro il razzismo e contro la violenza di qualsiasi genere. Ognuno può farlo nel modo che può, l’importante è NON RIMANERE MAI INDIFERENTI a queste azioni brutali, razziali e codarde. L’educazione dei nostri figli è la migliore “arma” contro l’ignoranza e l’arroganza.

Non dobbiamo cadere nell’odio e nelle polemiche di genere politiche, ma sì cercare di restare uniti e lottare contro ogni forma di abuso di potere e di forza.

Siamo vicini alla famiglia e le nostre sincere condoglianze.

Bisogna dire BASTA a questi atti violenti e razziali!

Ciao piccolo angelo. RIP

Testo di Sandra Andrade

Collaborazione :Euridce Araùjo

Sergio Frusoni, il poeta italo capoverdiano

Dati Biografici

Sergio Frusoni fu un poeta italo-capoverdiano. Nacque il 10 Agosto del 1901 nella città di Mindelo, São Vicente. Figlio di genitori italiani, Giuseppe Frusoni commerciante di corallo e di Erminia Bonucci. Giuseppe Frusoni era in società con Pietro Bonucci, fratello della moglie, a Mindelo.

A Capo Verde Sergio Frusoni frequentò gli studi fino alla quarta elementare. Il padre mandò Sergio e il fratello Emanuele in un collegio in Italia. Nel collegio erano spesso picchiati e così il padre li fece ritornare a Mindelo. Ancora giovane lavorò alla “Western Telegraph Company” come telegrafista. Dopo un periodo di lavoro lasciò l’impiego, a causa di alcune incomprensioni con un collega inglese. Nel frattempo lui raggiunse l’età del servizio militare e il padre decise di mandarlo in Italia. A Livorno conobbe Mary Carlini con la quale si sposò il 26 Giugno del 1924.

Nel 1925 Sergio Frusoni tornò a Mindelo con la moglie. Nello stesso anno nacque la prima figlia Lilia. Sergio Frusoni trovò subito lavoro nella compagnia italiana “Italcable”, concorrente della compagnia inglese “Western Telegraph Company”.

Nel 1931 ottenne il trasferimento ad Anzio, e dopo un anno circa venne trasferito a Roma. Nel 1932 morì la figlia Lilia. Sergio Frusoni e la consorte ebbero ancora quattro figli: Franco, Giovanna e Mario nati a La Spezia e l’ultimo Fernando a Roma.

Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, Sergio Frusoni entrò a far parte dell’esercito italiano. Fu imprigionato in un campo di concentramento americano a Coltano. Nello stesso campo fu prigioniero anche suo figlio Franco, ancora minorenne. Furono liberati solo alla fine della guerra.

Nel 1947 Sergio Frusoni e famiglia partirono da Genova per Capo Verde con scalo a Lisbona.

A São Vicente furono accolti dallo zio Pietro Bonucci nella sua casa. Sergio Frusoni lavorò come aiutante al negozio dello zio. Con il passare dei tempi riuscì ad aprire un bar di nome “Caffè Sport”. Fortunatamente qualche tempo dopo rientrò a lavorare di nuovo all’Italcable (chiuso nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, perché gli inglesi tagliarono il cavo sottomarino). Lavorò lì fino al 1964. Con la pensione nel 1966 decise di partire per Genova insieme alla moglie, rimasero fino al 1971. Ripartirono di nuovo per l’isola di Sao Vicente e nel 1974 decisero di andare a Lisbona dal figlio Franco e lì nel 1975 morì.

Curiosità:

Uomo di rara sensibilità ha osservò la società di Mindelo descrivendola con maestria nei sui vari poemi scrivendo in creolo di São Vicente. Scrisse anche dei poemi in portoghese, inglese e italiano.

Molti dei suoi poemi sono riuniti nel libro di Dott. Augusto Mesquitela Lima con il titolo in portoghese “A Poética de Sergio Frusoni – Uma Leitura Antropologica”, edizione dell’Istituto di Cultura e Lingua Portoghese e Istituto Caboverdiano do Livro e Disco, 1992.

Fece la libera traduzione del libro “Er Vangelo Secondo Noantri!” di Bartolomeo Rossetti scritto nel dialetto romano in creolo “Vangêl Contód d’nôs Móda “una edizione della “Terra Nova” Sao Filipe-Fogo e finito di stampare nel 1979   Grafica e stampa: Comunicazione s.n.c. Bra (CN).

Scrisse anche dei racconti come Ti Karanga e Mari Matchim facendo parte del “Mosaico Mindelense” e furono trasmessi alla Radio Barlavento di Mindelo.

Utilizzando la musica di “Manché” scrisse le parole di un’operetta musicale di nome “Cuscujada” recitata dal figlio Franco in teatro con il Congiunto Scenico Castilhano.

Nell’ambito musicale scrisse le parole e compose la musica della Morna (musica tipica di Capo Verde) “Tempe d’ caniquinha”, “Ó Maria Hortensa” e ancora una marcia che la Banda Municipale suonava nella piazza principale di Mindelo.

All’età di cinquantadue anni dedicò il suo tempo libero alla pittura. Dipinse vari quadri tra cui un ritratto de Papa Giovanni XXIII e uno di Kennedy. Dipinse anche quadri con figure tipiche di Mindelo, ritratti della moglie e di una sua nipote.

Genova, 8 di Novembre 2012

Fernando Frusoni, il figlio. 

(Le sue poesie sono sul blog dell’Associazione Italo Capoverdiana, che è gestito da me e da un’altra collaboratrice, Ilaria.)               

Isola di Sal

C’era una volta un’isola sperduta nell’oceano Atlantico, si chiamava Sal. Ecco a voi alcune foto antiche dell’isola, luoghi e persone.

Queste foto mi sono state inviate anni fa, purtroppo non sono ancora riuscita ad identificare tutti i luoghi e quando sono state scattate.