Alla scoperta del Sufismo: L’alba di un nuovo giorno

V

L’alba di un nuovo giorno

Foto di kangbch da Pixabay

La mattina dopo mi svegliai per il Fajr; erano le nove, mi vergognavo del mio comportamento e non sapevo se scendere o restare lì. Presi coraggio, scesi le scale e la prima persona che vidi fu lei. Era seduta in questa piccola poltrona davanti all’ingresso della cucina e diede il benvenuto ancora, urlando il mio nome e dicendo: “Ecco una sorella che viene dall’Italia!”.

Scimmiottò il mio nome, Araci, Arachidi, ecc.. ( nel sufismo, quando entri nella tariqah, una delle prime cose che viene cambiato è il nome e si prende il Bayyat* dal maestro, giurando fedeltà al maestro, al profeta Muhammad (s.a.w.s) e il maestro ti offre la sua protezione).

Quella mattina conobbi una donna italiana; lei vive in Inghilterra, è sposata, madre di tre figli e suo marito ha una seconda moglie, con altri figli. Vivono tutti nella stessa casa: i figli hanno due madri, amate esattamente con la stessa intensità; le due donne sono come due sorelle (l’ho potuto constatare nel tempo), un’amore incondizionato. Questa donna mi fu amica/compagna per tutto il tempo che trascorsi lì.

Mi offrirono un tè caldo con dei biscotti e fu mandata subito in cucina a lavorare. Dovevamo preparare la colazione, perché in quella casa la colazione vera e propria è un misto di zuppe, cibi, salse, yogurt, pane, tè, caffè; ogni mattina viene preparato un piatto tipico di un paese. Non puoi lasciare niente nel piato e sei costretta a mangiare tutto; una sofferenza alle dieci del mattino, per chi non è abituato.

Per me fu una prova; il cibo è stato sempre un mio problema. Mangio poco e se non so come viene preparato rifiuto di mangiarlo; quando vedo tante verdure il mio cuore diventa verde di rabbia. Riuscii a mangiare tutto, anche perché sapevo delle regole e non volevo entrare in conflitto con nessuna delle donne che ogni mattina preparava la nostra colazione.

All’ingresso della Guesthouse c’era un enorme vassoio rotondo poggiato su corte gambe (a mo’ di tavolo marocchino), dove venivano poggiati i cibi. Prima di mangiare, il sale veniva offerto a ognuna di noi, un pizzico (serve per neutralizzare le energie negative eventualmente presenti nel cibo o nella sua preparazione); si faceva una Du’a ed alla fine del pasto si recitava la Surah Al-Fatihah. Quando il rituale preparatorio era concluso, una donna/una ragazza iniziava a distribuire il cibo e soltanto lei poteva farlo sino alla fine del pasto.

Finita la colazione pulii la piccola Moschea all’interno della Guesthouse a fondo con un’aspirapolvere antidiluviano degli anni sessanta e lavai i piati in cucina. Niente contestazioni e solo lavoro fino alla preghiera Dhur (quella del mezzogiorno). Il lavoro più pesante e a prova di Ego era pulire le decine di pentoloni, grossi contenitori e vassoi per terra (quante ne ho lavati!).

Il lavoro di pulizia per le donne e il lavoro nei campi per gli uomini, soprattutto per i nuovi e giovani murid*, uno strumento di insegnamento: imparare a servire il prossimo e “sottomettere” l’Ego; quando pulisci fuori, inevitabilmente pulisci dentro; crei spazio aperto.

*Bayyat: la promessa del discepolo e la benedizione del maestro. Così inizia il cammino del discepolo nella via Sufi.

*Murid: discepolo

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Alla scoperta del Sufismo:   Le Origini delle Turuq e la Tariqah Naqasbandiyyah

Le Turuq

Il VI secolo dell’Egira (XX secolo dell’era Cristiana) assistè all’organizzazione del sufismo.  In quel secolo “comparvero” i primi grandi  ordini perché, spontaneamente, alcuni novizi si riunivano attorno a un maestro per ascoltare le sue storie, consigli, barzellette, ecc.

La Tariqah Naqsbandi/ Naqsbandiyyah

Il termine Naqsbandi è formato da due parole: Naqs che significa il disegno e Bandi, cioè coloro che lo eseguono. Dunque Naqsbandi in poche parole significa disegnatori, progettisti. E cosa progetta o disegna il maestro, il passato o il futuro? Progetta il futuro, perché il passato è ormai tracciato e bisogna dimenticarlo.

La tariqah naqsbandi e le altre 39 confraternite sufi nascano da una solo fonte, dall’eredità spirituale del profeta Muhammad (S.a.w.s- La pace e la benedizione su di lui). La tariqah vanta da una discendenza da Abu Bakr as-siddiq, che era il vicario del profeta. Infatti il profeta disse:

“Abu Bakr non è a voi superiore in virtù delle sue preghiere o dei suoi digiuni, ma in virtù di un segreto radicato nel profondo del suo cuore”.

Nel sufismo si parla della catena di trasmissione (silsila) che risale direttamente al Profeta, in cui a un Wali (amico di Dio o un santo) vengono trasmesso degli insegnamenti che appartengono a quella confraternita , segreti dell’universo, ecc. nel suo cuore, con il permesso divino e la volontà del Profeta.

La confraternita Naqsbandi prende nome da Shaykh Bahauddin Naqsbandi ( Imamu-t- Tariqa wa Ghawthu-l-Khaliqa Khwaja Muhammad Shah Bahauddin Naqsband ul- Uwaysi al-Bukhari), il significato del suo nome, quindi, è colui che ricama su stoffa o il disegnatore.

In questa confraternita è molto importante la pratica del Dhikr (il ricordo, la menzione del nome di Allah), gli shaykh infatti “iniziano” i loro discepoli nella via con la costante ripetizione del nome di Allah ( i 99 nomi di Allah) e la formula : La ilaha illa Allah (Non c’è altro Dio che Dio). Ricordare Dio, ricordi te stesso; affermare che non c’è altro Dio che Dio, che esiste solo un Dio. Sono tutti metodi iniziatici importanti per il novizio nella via.

L’ordine Naqsbandi è chiamato anche “ordine madre” e ordine dei Kwajagan, cioè, i guardiani della tradizione nel corso della storia.

La confraternita è conosciuta per la pratica del dihkr silenzioso, a differenze, delle altre, nel tempo ha introdotto anche lo dihkr  e la Hadrah (presenza) di gruppo.

Il Hadrah consiste nella ripetizione dei nomi di Dio, di altre forme come “Hu, Hu”  (Egli). I partecipanti in cerchio si piegano in avanti durante l’espirazione e in posizione dritta con l’inspirazione. Il hadrah è diretto da uno shaykh o dai suoi rappresentati e la durata del Hadrah può arrivare anche delle ore.

Nella Tariqah Naqsbandi ci sono 11 regole, vengono chiamati anche “segreti”:

  • Consapevolezza del respiro (“Hosh dar dam”), la respirazione è un elemento fondamentale negli esercizi tanto individuali che di gruppo;
  • Osservare i propri passi (“Nazar bar qadam”), sorvegliare i propri passi, essere attenti ai momenti e alle occasioni giuste per l’azione e per l’inazione;
  • Viaggio interiore (“Safar dar watân”), viaggiare in patria, l’interiorità.
  • Solitudine nella folla (“Khalwat dar anjumân”), soli nella folla- la capacità di prendere le distanze da una situazione irritante, disturbante, confusa o troppo frenetica.
  • Vigilanza (“Neegar Dashtan”), la vigilanza è l’attenzione costantemente rivolta alle persone, ai luoghi, a tutto quello che ci è intorno;
  • Tenere nella memoria (“Yad Dashtan”), Tenere nella memoria, Sentire l’essere e il corpo. Tenere nella memoria è un esercizio per ricordare il nostro essere e esperienze; Sentire l’essere e il corpo serve a tenere nella memoria le situazioni positive per farne un uso utile.
  • Esercizi di memoria (“Yad Kardan”), Ricordarsi e ricordare gli esercizi.
  • Restrizione (“Baaz Gasht”), Per restrizione si intendono i vari modi di imporsi un’ autodisciplina.
  • Fermare il tempo (“Ufuki Zamani”), E’ una sospensione del pensiero condizionato, non un arresto della mente.
  • Fermare mediante i numeri (“Ukufi Adadi”), E’ un esercizio interiore basato sui numeri, fondato sul sistema Abjad (indica il valore numerico delle lettere dell’alfabeto arabo; ogni lettera corrisponde a un numero, un numero rappresenta una lettera e viceversa)- l’enneagramma (http://www.analisigrafologica.it/hal.php?idt=escopo ).
  • Fermare il cuore (“Ukufi Qalbi”), Non è l’arresto fisico del cuore. Significa usare il concetto “cuore” per armonizzare amore e dovere nello stesso luogo e nello stesso momento.Il cuore è a disposizione del Maestro, che farà con esso ciò che è necessario.

Dunque i maestri sufi hanno stabilito che ogni carattere dell’essere umano è influenzato da quattro fattori principali: la lussuria, l’ego (nafs), l’attaccamento a questo mondo materiale e i bisbigli di satana (Shaytan).

La sede/ centro della Tariqah Naqsbandi rimane a Cipro, Lefke.

Lefke è una città che rimane nella parte settentrionale di Cipro nel distretto di Nicosia, È situata nei pressi dell’antica città di Soli; dal 1974, a seguito dell’occupazione turca, fa parte della Repubblica Turca di Cipro del Nord. Lefke è la residenza del Shaykh Muhammad Nazim al-Haqqani ar-Rabbani an-Naqsbandi.

Molti di noi, murid, chiamiamo Shaykh Nazim al-Haqqani, Mawlana (significa il mio maestro).

L’albero genealogico della Tariqah Naqsbandiyyah

tariqah-naqsbandi
Albero genealogico della Tariqah Naqsbandyyah
  • Saiyyidina wa Mawlana Muhammad (S.A.’a.s.)
  • Saiyyidina Abu Bakr as- Siddiq Khalifatu Rasulullah
  • Salman al-Farsi
  • Qasim bin Muhammad bin Abu-Bakr as-Siddiq
  • Al-Imam ja’far as-Sadiq bin Imam Muhammad al-Baqir
  • Sultanu-l-‘Arifin Abu Yasid Tayfur al-Bistami
  • Abu-l-Hassan al-Kharqani
  • Abu ‘Ali al Farmadi at-Tusi
  • Khwaja Abu Ya’qub Yusuf al- Hamadani
  • Abu-l- ‘Abbas Saiyyidina-l-Kidr (‘a.s)
  • Khwaja Kwajagan ‘Abdul Khaliq al-Ghujdawani Imanu-l-khatm
  • Khwaja ‘arif ar-Riwakari
  • Khwaja Mahmud Faghnawi
  • Kwaja ‘Azizan ‘Ali ar-Rimitani
  • Khwaja Muhammad Baba Sammasi
  • Khaja Sayyad Amir Kulal
  • Imanu-t- Tariqa wa Ghwthu-l-Khaliqa Khwaja Muhammad Shah Bahauddin Naqsband ul-Uwaysi al-Bukhari
  • Khwaja ‘Alauddin ad-Attar al-Bukhari
  • Khwaja ya ‘Qub al-Charkhi
  • Hadrat Ihsan Khwaja ‘Ubaidullah al-Ahrar
  • Sayyidina as-Shaykh Muhammad az-Zahid
  • Saiyyidina sh-Shaykh Darwish Muhammad
  • Khwaja Muhammad kil al- ‘Amkanaghi as-Samarqandi
  • Saiyyidina sh-shaykh Muhammad Baqi-billah as-Simaqi
  • Imam Rabbani Ahmad Faruqi Sirhindi Mujaddidu Alfi Thani
  • Saiyyidina sh-Shaykh Muhammad Ma’sum bin Imam Ahmad Sirhindi
  • Saiyyidina sh-Shaykh Sayfuddin ‘Arif bin Muhammad Ma’sum
  • Saiyyidina sh-Shaykh as-sayyid Nur Muhammad al-Badayuni
  • Saiyyidina sh-Shaykh Shamsuddin Habibullah
  • Saiyyidina sh-Shaykh ‘Abdullah ad-Dihlawi
  • Saiyyidina sh- Shaykh Diyauddin Khalid al-Baghdadi al-Uthamani
  • Saiyyidina sh-shaykh Isma’il ash-Shirwani
  • Saiyyidina sh-Shaykh Khas Muhammad ad-Daghistani
  • Saiyyidina sh-Shaykh Muhammad Effendi al-yaraghi ad-Daghistani
  • Saiyyidna sh-Shaykh Sayyed Jamaluddin al-Ghumuqi al-Hussaini
  • Saiyyidina sh-Shaykh Abu Ahmad as-Sughuri ad-Daghistani
  • Saiyyidina sh-Shaykh Abu Muhammad al-Madani
  • Saiyyidina sh-Shaykh Sayyid Sharafuddin ad-Daghistani
  • Sultanu-l- Awliya’ Mawlana ‘Abdallah al-Fa’id ad-Daghistani
  • Shaykh Muhammad Nazim al-Haqqani ar-Rabbani an-Naqsbandi

Alla scoperta del Sufismo: aRRIVO A lEFKE

III

Arrivo a Lefke

Frammenti di una Capoverdiana

Arrivammo a Lefke alle due di notte. La Guesthouse ( la casa delle donne) era buia, tutto era buio. Omar mi accompagnò alla porta (gli uomini non vi hanno accesso) e mi disse di entrare e di cercarmi da sola un posto dove dormire; in quell’istante la porta si spalancò e apparve una donna sconosciuta, maestosa, teatrale, che mi disse: “ Stavo dormendo e sognavo che qualcuno stava arrivando; mi dissero di svegliarmi. Eccoti qua, Welcome (benvenuta)”. Prese la mia valigia, mi accompagnò al piano superiore, mi aiutò a preparare il letto, per terra e mi offrì, poi, un magnificò tè caldo, nella “moschea”.

Si chiamava Samiyah ( nome arabo che significa maestosa, regale); una donna libanese, di circa 65- 70 anni ( non sono mai riuscita a conoscere la sua età) che, da tempo immemorabile, faceva vivere quella casa; la casa che Mawlana le aveva affidato, dove potevano essere generosamente ospitate donne e bambini, di qualunque paese, cultura, tradizione ed anche religione.

L’accoglienza fu amorevole e mi sentii rassicurata e protetta; la casa vivente era quieta ed emanava un calore umano straordinario. I suoi colori erano confusi, ma perfetti. Decine di scarpe di tutte le fogge sparse a terra, cuscini, pizzi, lampade, strane fotografie e lampadari; oggetti senza senso e libri sacri; scritture arabe sui muri antichi, dove apparivano le pitture di tutti i colori di tutte le epoche passate… insomma un perfetto, misterioso disordine armonico.

Quella notte Samiyah mi fece visitare tutto; in cortile, i bagni all’aperto, il hammam cioè una stanza tutta in pietra di travertino bianca con un grosso pentolone a gas per l’acqua calda e brocche. Un solo specchio, lavandini per il Wudu ( abluzione); il giardino ricco di erbe, fiori e aranci, palme in lontananza, panni stesi e un cielo con un enorme tetto di stelle. Il cortile era pieno di gatti!!!

La cucina era indescrivibile! Una grande confusione di stoviglie, cibi, barattoli, bottiglie, spezie e unguenti. Tanti cibi in “preparazione” per la mattina.

La cosiddetta moschea, una stanza grande dentro la guesthouse: una regale poltrona rossa al centro, divanetti e finestre tutte attorno alle pareti, cuscini di tutti i colori, stoffe, tappetini di bellezza e da preghiera, una pelle di montone al centro, una stufa vecchia direi quasi preistorica, con fuochi a lato e tanti libri sacri, tra cui il Corano, sui davanzali delle finestre interne.

Io dormii nella stanza centrale; un sonno pesante, di pietra, interrotto frequentemente verso il mattino dal suono vibrante del russare di una dormiente.

L’immagine di Samiyah che apriva quella porta rimane viva tuttora nella mia mente; una fotografia che fu scattata dagli angeli per rimanere nel tempo. Una donna unica nel suo modo di essere. Amava cantare le canzoni italiane, “leggere” le tazzine del caffè, recitare il Corano; ogni mattina ascoltava lo stesso cd di musica sufi mentre cucinava, dinamica. Un tempo era stata un architetto. Era una donna ricca; lasciò il marito e figli per dedicarsi completamente alla via sufi, a Mawlana.

Vestiva sempre alla stessa maniera, abito lungo e grigio, il velo ( una volta mi capitò di vederla senza velo, aveva i capelli bianchi, lunghi che scivolavano già per la schiena; insomma una maestà); gli occhi neri come quelli di un gatto feroce, mistici, pieni di segreti ed esperienza; le poche volte che azzardai guardarla negli occhi mi persi, volevo tuffarmi in quell’oceano per raccogliere qualche pietra preziosa e nascondermi nel silenzio delle sue parole.

Sapeva essere severa nel momento giusto e dolce allo stesso modo. Per tante di noi appariva autoritaria, ma per me fu dolce e mi accolse sotto le sue ali, offrendomi protezione e amore silente.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Alla scoperta del Sufismo: Il traghettatore

II

Il traghettatore

Arrivò finalmente Omar, il traghettatore, colui che conduce le anime dall’una all’altra dimensione: dalla terra all’oceano d’amore.

Un uomo forte e dolce, consapevole delle proprie origini. Come su un palcoscenico, fece la sua comparsa oscurando la precedente scena. Spezzò in me quell’illusione dell’attesa indolente e mi riportò al perché della mia venuta lì.

Lui emergeva da tutto quel contesto banale: appariva come un animale selvatico, la cui sola presenza incuteva una sorta di paura mista a rispetto.

Vestiva pantaloni blu, dervisci (con il cavallo basso), camicia larga e lunga a righe bianche e verdi, un gilet scuro, impossibili scarponi e turbante a piramide, con arrotolati alla base ben sette metri (seppi poi) di stoffa color verde. Corpo robusto, forte, non alto, non basso; tratti lineari, bocca turgida, barba nera spruzzata di bianco, denti perfetti, bianchi, che lui lisciava con un bastoncino (una pianta antica per la pulizia e l’igiene dentale che viene usato nei paesi islamici, il siwak o miswak); gli occhi neri come la notte misteriosa, abissi irraggiungibili, illuminati di luce propria e di fonte a me sconosciuta; emanavano scintille di dolcezza. Salutava le persone: “Assalam Alaykum”.

Lui mi disse di sedermi al suo fianco sul traghetto, ma, invece, montai dietro, timorosa e spaventata. Parlavamo in inglese. Lui mi tempestò di domande: sulla mia vita, da dove venivo, com’era il mio paese, come stavano i fratelli e le sorelle (così ci relazioniamo nella Tariqah), sulla mia famiglia in Italia, sulla mia famiglia, se lavoravo o studiavo, se avevo sognato Mawlana, se si quante volte; mi fece descrivere l’unico sogno; il perché della mia visita; chi era il mio Maestro che seguivo in Italia,  come ero entrate nella via, il mo nome e il suo significato; mi spiegò che in turco il mio nome “Araci” significava “testa o mente”; mi disse che era un nome bellissimo, ma che se l’avessi mantenuto nel corso della mia vita avrei usato eccessivamente il raziocinio. Intanto sorseggiava il tè dal suo thermos… e, a volte, spesso, recitava la Fatiha (la surah iniziale del Corano), mentre sul traghetto, passavamo in luoghi sacri.

Attraversando la frontiera greco-turca, dopo la laboriosa richiesta del visto, che fece Omar il traghettatore, con grande calma, il paesaggio mutò. La zona greca, colma di edifici moderni e spersonalizzati, un’accozzaglia di stili informi, che mortificavano una natura florida; il paesaggio turco, fermo nel tempo, desertico, poche luci, niente semafori, silenzio irreale rotto dalle potenti auto di giovani ciprioti e un numero inspiegabili di nightclub piazzati nel vuoto desertico, basi militari qua e là.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

ALLA scoperta del Sufismo: Partenza

“In tutta, la vita di ogni giorno, dev’essere riempita dalla presenza di Dio e dal desiderio di servirlo.” Al-Ghazali

I

Partenza

Foto di Gerhard G. da Pixabay

Quando la mia fede si tuffò nel mare di tenebra, decisi di volare a Lefke (Cipro). La vertigine del cuore mi impediva sia di partire che restare. Non esisteva una sola realtà, ma tante realtà parallele, invisibili che si incrociavano sul mio cammino. Un amore più grande guidava i miei passi verso l’ignoto, lo sconosciuto, il temuto.

Avevo spesso sentito narrare di Lefke nei vari seminari realizzati, in Italia, dai maestri sufi, delle sue stranezze, dei suoi personaggi leggendari, del suo selvaggio intoccato, racconti leggendari, impossibili a prova di qualunque fortezza mentale.

Lo sentivo come un mondo immaginario, irraggiungibile; un maestro che veniva descritto come una conchiglia rara, intoccabile, una fonte a cui solo pochi potevano dissetarsi; ma la realtà era ben diversa e lo scoprii nel tempo.

La mia partenza fu irta di ostacoli,; la mia compagna di viaggio ebbe una malattia fulminea e mi abbandonò all’aeroporto; il visto mi fu negato e partii solo successivamente, dopo un pellegrinaggio all’Ambasciata romana di Cipro.

Il personaggio che avrebbe dovuto accogliermi all’aeroporto di Larnaka per condurmi a Lefke era introvabile; perciò arrivai in quella terra sconosciuta sola e senza alcuna certezza.

Era un viaggio confuso, pieno di imprevisti, come un film giallo (pieno di suspance) o come un romanzo inglese del diciassettesimo secolo: l’autore scrive il suo racconto, affermando di aver trovato un documento o un diario contenente la prova dell’esistenza di questo viaggio onirico. Io capisco questa verità che altri negano.

Atterrata a Larnaka usai la toilette come luogo di trasformazione: gonna lunga, marrone, casacca ampia, nera, stivaletti, turbante arancione, ampio e con coda lungo la schiena; e così conobbi i primi greci-ciprioti… che popolo strano, ambiguo; così diffidenti; così simile ai genovesi…

Il primo ostacolo lo superai: marciavo tra la folla e ricordo di essermi detta: “Sono a casa”.

Uscita dall’aeroporto potei osservare le auto lussuose, le persone che circolavano, come erano abbigliate; qualcuno con un cartello alto tra le mani, con la scritta : ” Dolce e Gabbana”.

Mi sedetti su una panchina, era l’ 11 gennaio 2007. Nel frattempo ero riuscita a contattare qualcuno a Lefke e avrei dovuto attendere due ore l’arrivo del “traghettatore”. Avevo un registratore tra le mani e iniziai a descrivere il luogo, la gente, i tassisti… tutto mi era familiare e gli eventi seguivano un corso proprio sul quale io non avevo alcun controllo.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Conoscere Genova: Castello D’Albertis!

“Tra l’arte a gara qui la scienza adduce. Il tempo, il moto, il sol, l’ombra, la luce”

Il Castello d’Albertis fu ideato dal capitano Enrico Alberto D’Albertis. Fu costruito su resti di fortificazioni cinquecentesche e tardomedievali tra il 1886 e 1892, con la supervisione di Alfredo D’Andrade, sulla collina di Montegalletto a Genova.

La dimora è un viaggio nel mondo del capitano D’Albertis e al suo interno possiamo trovare oggetti esotici, neogotici e ispano-moreschi.

Oggi è la sede del Museo delle culture del mondo e del Museo delle musiche del popolo.

Nel 2018 feci una visita al Castello e rimasi colpita dalla raccolta di questi oggetti e manufatti, tra cui una meridiana. Oggetti che raccontano storie di popoli e tradizioni.

Quel giorno era presente anche una mostra fotografica, Witjai- Il gene verde della razza umana, biodiversità umana e vegetale nell’Amazzonia Ecuadoriana e il progetto Witjai, io esisto dell’artista e fotografo Gianluca Balocco.

(https://www.mentelocale.it/genova/eventi/78201-witjai-il-gene-verde-della-razza-umana-mostra-fotografica-al-castello-d-albertis.htm)

Il Castello

Il Museo

Il salotto turco

Mostra fotografica, Witjai- Il gene verde della razza umana, biodiversità umana e vegetale nell’Amazzonia Ecuadoriana e il progetto Witjai, io esisto dell’artista e fotografo Gianluca Balocco

Dicono che a Genova non c’è molto da fare o da visitare, ma vi garantisco che questa città ha dei tesori nascosti…basta cercarli!

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Isola di Brava, l’Isola dei fiori

#isoladibrava #brava #ilhabrava #caboverde #capoverde

Parte III

Aspetti tradizionali

La tradizione orale è stata sempre di grande rilievo a Capo Verde per diffondere il patrimonio letterario e storico, pensieri e insegnamenti. Uno degli aspetti più importanti del folclore bravense sono le storie tradizionali di Nho (Ti) Lobo e Chibinho. Chibinho con la sua maestria e la sua saggezza vinceva sempre contro il goloso e bugiardo Nho lobo.

Il matrimonio: era un avvenimento molto importante a Brava. Tutto cominciava con la richiesta di fidanzamento, il ragazzo mandava dei fiori o una collana di conchiglie alla ragazza. Se la ragazza accettava il regalo, significava sì altrimenti era un no. Spesso si usava anche altri tipi di corteggiamento, come tirare un sassolino a una ragazza per strada. Se lei lo avesse raccolto, sarebbe stato un segnale positivo. Quando il “segnale” era un fiore, lei sfilava per le strade con esso in mano, annusandolo di tanto in tanto per fare capire al ragazzo che era interessata.

Dopo un periodo di fidanzamento nel rispetto della ragazza, tramite una persona di fiducia si andava a parlare con i genitori di lei. Generalmente i genitori accettavano la proposta di matrimonio dopo numerose promesse e garanzie. E per celebrare l’evento, cioè, l’accettazione del matrimonio si beveva tutti insieme da una bottiglia di aguardiente (Grogue) di Ferreiro. Dopo i numerosi preparativi, il matrimonio avveniva con i rituali tradizionali, il valzer, la mazurca con il violino e la chitarra a dieci corde (gli strumenti musicali più usati nei matrimoni).

As Bombenas”: canzoni di lavoro tradizionali cantate nella stagione di pioggia, nella speranza che piovesse tanto e moderato per avere un buon raccolto. Le “Bombenas” sono un prodotto di creazione individuale e collettiva. C’era la figura delle “mondadeiras”, donne che partecipavano con commentari ed esclamazioni e, del “bombador” (un uomo) che rispondeva alle “mondadeiras”.

Il famoso “Djedji Porteru”: con le poche risorse economiche, il capoverdiano da sempre ha dovuto appoggiarsi alla medicina tradizionale. L’uso delle piante curative, preghiere erano molto frequenti nei paesini o nei villaggi. Una delle figure più conosciute a Brava è Djedji Porteru, era un guaritore diventato famoso per il modo come curava le persone e per il suo spirito sempre felice.

La festa dei Re (Anno Nuovo)

Il passaggio all’Anno nuovo nell’isola di Brava fu sempre celebrato diversamente dal resto delle isole. Una volta esistevano vari gruppi che si sfidavano fra loro. Vinceva chi aveva presentato la miglior canzone.  Nelle feste suonavano il violino con accompagnamento acustico, i cavalieri e le dame usavano costumi tradizionali e ballavano al ritmo della canzone dei Re. Il gruppo “Triunfador” conservò per lungo tempo una parte importante nella tradizione dell’isola.

La commemorazione dei Re cominciava il pomeriggio tardi con la concentrazione dei membri di ogni gruppo per la sfilata.  Il corteo sfilava per tutta la città, finito il giro, si riunivano tutti in una sala per la cerimonia e per tutta la notte ballavano sfidandosi avvicenda. All’alba uscivano tutti per le strade e bussavano alle porte delle case cantando la canzone di “boas festas” (buone feste).

La culla del protestantesimo

L’isola di Brava è la culla del protestantesimo in Capo Verde. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti molti bravense emigrarono per gli Stati Uniti con la caccia delle balene, ma la nostalgia della terra madre fece sì che molti tornassero sull’isola. Nella vecchiaia alcuni fecero ritorno con i soldi messi da parte per vivere gli ultimi giorni della vita.

Quando le navi ritornavano a Capo Verde, non portavano solo passeggeri ma anche del buon legno “pitch-pine” (Pino rigido) utilizzato nella costruzione della chiesa, generi alimentari e mobili per le case.

Molti capoverdiani convertirono al protestantesimo, il reverendo Francisco Xavier Ferreira scrisse un libro “I primordi dell’Evangelico a Capo Verde” e così molti non portarono solo mobili, soldi, generi alimentari ma sì: L’Evangelo di Cristo. Il Protestantesimo si diffuse per tutta l’isola grazie ai primi credenti più conosciuti arrivati dagli Stati Uniti: Joao Joaquin di Cova Rodela, Severino Lomba di Travessa e Manuel de Sousa Caneca di Monte.

Inizialmente i nuovi “simpatizzanti” offrirono le loro case per il culto e si vedevano di nascosto, dovuto alla presenza della Chiesa Cattolica, molti di loro non erano visti bene, erano considerati “figli del diavolo”.  Alcuni di loro finirono anche in prigione, come per esempio, Severino Lomba, José Balla e Joao Rufino Lomba con l’accusa di “abuso della manifestazione del pensiero”. Beneficiarono comunque dall’amnistia della Regina Vittoria d’Inghilterra del Bollettino 3 gennaio del 1901.

Nel 1909, sotto il comando del Reverendo, è costruita la prima Chiesa del Nazareno a Nova Sintra. Con la proclamazione della Repubblica portoghese il 5 ottobre del 1910, il protestantesimo inizia a diffondersi per tutte le isole di Capo Verde.

La festa di San Giovanni Battista

La festa di San Giovanni Battista si celebra ogni 24 giugno in tutte le isole di Capo Verde. Il patrono di Nova Sintra è proprio il Santo, così ogni anno tutti gli abitanti dell’isola vanno in città per venerare il santo, pagare le promesse e festeggiare.

I veri preparativi iniziano quattro/tre giorni prima con le donne che preparano il mais per fare dopo “Xerém “. Il mais viene pestato con il “Pilao o Pilon” (una specie di pestello). Sono cantate canzoni al ritmo del suono del “Pilon”, e la gente si raduna intorno cantando e ballando. Una volta esistevano le cosiddette “colexas”, erano donne che usavano dei bastoncini per dare il comando alle altre donne che pestavano il mais nel “pilon”.


( donne usando il “pilon” per la preparazione dello Xerém. /Foto del sito: pordentrodalinguaportuguesa.com)

Esiste la figura del “festeiro”, cioè il festaiolo, è il responsabile per l’organizzazione e per le spese economiche della festa. Il “pilon” è usato o nel cortile della sua casa oppure in un luogo, in anticipo, scelto da lui. È anche il responsabile per la bandiera.

Le navi sono costruite su piccola scala, con una grande apertura al centro che consente a un uomo di entrarvi e di tenerle con due mani, usando cinghie poste strategicamente in modo che resti alto fino alla vita. Quest’uomo è considerato il navigatore e gestisce la nave in linea con i fischi e i tamburi, come se fosse in mare. Lungo la passeggiata, gli uomini si alternano, perché la piccola nave non è leggera.

I tradizionali nastri

È il “festeiro” che incarica gli altri ad addobbare il nastro di Cutelo Grande con pane, torte, cocco, frutta e bottiglie di bevande.

Sostanzialmente sono dei regali che la popolazione mette nel nastro. Quando arriva il momento della consegna del nastro, i tre guardiani tirano una corda che lo sostiene e quello che cade per terra è raccolta dai cittadini.

La cerimonia inizia con il corteo per il centro della città con il “festeiro” cavalcando un cavallo con la bandiera, seguito dalle navi con gli uomini dentro, da uomini suonando i tamburelli, da donne e bambini ballando e cantando. Il corteo prosegue fino alla chiesa del patrono per la messa.

Il luminare di San Giovanni Battista è un altro aspetto importante dell’isola. È fatta con legna e altri materiali combustibile e secondo la tradizione ogni persona deve “saltare” il luminare tre volte e poi fare un desiderio / una richiesta al santo. Gli anziani predicono le piogge con le ceneri del luminare, se sono umide, vuol dire che prossimo anno sarà un buon anno agricolo. Se invece le ceneri non sono umide, le prendono e le buttano nel vento pregando al santo. Le donne predicono il futuro buttando un uovo dentro un bicchiere d’acqua, questo presenta forme diverse: barre, navi, chiese ecc. Barre significava morte, navi segnale che la persona emigra, e chiesa che la persona si sposa.

La festa si finisce con il passaggio della bandiera

Secondo i dati statici dell’INE (Instituto Nacional de Estatisticas) di Capo Verde, oggi l’isola di Brava ha soltanto 5.579 abitanti, 50.9% donne e 49.1% uomini e la media della popolazione è di trentuno anni. Invece, nel 1990 aveva 7000 abitanti.

Bibliografia:

Fragata, Revista de Bordo dos TACV- Cabo Verde Airlines- n° 9- setembro 1995

Ponto & Virgula, Rivista de Intercambio  Cultural n°9- Maio/Junho 1984

Migraçoes nas ilhas de Cabo Verde, Antonio Carreira

Instituto Nacional De Estatistica de Cabo verde (http://ine.cv/)

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Isola di Brava, l’Isola dei fiori

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Parte II

Foto di Bravanews Network (www.brava.news/)

Da Marinai ad Agricoltori

I bravense emigrati nelle baleniere americane divennero agricoltori nelle piantagioni a Cap Cod e nelle varie piantagioni di cotone negli Stati Uniti. Con l’espansione dell’industria tessile nell’area di New Bedford, molti capoverdiani divennero anche impiegati nelle fabbriche, a causa del duro lavoro e delle condizioni di vita a bordo delle navi. Ci sono anche dei registri della loro fuga dalle navi baleniere per lavorare nelle barche a vela della polizia costiera, nei cabotaggi di Fall River nella caccia all’oro.

Con l’aumento dell’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America, il governo di questo paese emana una legge nel 1917 (Literacy Act del 1917) proibendo l’entrata di analfabeti e persone di razza nera con più di sedici anni. Il test linguistico consisteva nella lettura di un passaggio della Bibbia, chi non era in grado era deportato. Così i capoverdiani cercarono di entrare nel paese tramite matrimoni combinati, ad esempio.

Uno dei grandi poeti capoverdiani è sicuramente Eugénio Tavares, nato il 18 ottobre del 1867 a Brava.

Eugénio Tavares

Gli insediamenti principali sono:

  • Nova Sintra: la capitale dell’isola, una piccola città costruita su un altopiano con una struttura architettonica identica a quella della città portoghese Sintra. Intorno alle case ci sono tantissimi fiori ( ibisco, fiori cardinali etc.)
  • Cachaço
  • Campo Baixo
  • Cova Joana
  • Fajã de Agua: zona verde per eccellenza rimane vicino al campo di aviazione di Esparadinha, lungo il pendio, gli alberi si moltiplicano in un manto verde lussureggiante che rinfresca e accattiva gli occhi del visitatore, più avanti si estende una baia che riceve le barche nei giorni di tempesta.  
  • Furna: un piccolo villaggio di pescatori e dove c’è il porto .
  • Lime Doce
  • Mato Grande
  • Nova Sintra do Monte
  • Santa Bárbara
  • Tantum
  • Fonte vinagre: questo luogo si chiama “ Fonte Vinagre” cioè “Fontana/sorgente di Aceto”. Situata poco distante da Nova Sintra. A Fonte Vinagre c’è una sorgente che sgorga un’acqua acida come l’aceto. Comunque si tratta di un’acqua minerale con effetti medicinali.
  • Fontainhas
  • Cova Rodela
  • Nossa Senhora do Monte: in questo paesino si trovano le donne tipiche di Brave, alte, robuste e forti, con lo scialle sulle spalle e trecce lunghe giù per la schiena.

Tra il 1998 e il 2004 una serie di terremoti ha scosso l’isola Brava. L’ultimo sisma ha avuto una magnitudine di 4,3 sulla scala Richter.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)