ALLA scoperta del Sufismo: Partenza

“In tutta, la vita di ogni giorno, dev’essere riempita dalla presenza di Dio e dal desiderio di servirlo.” Al-Ghazali

I

Partenza

Foto di Gerhard G. da Pixabay

Quando la mia fede si tuffò nel mare di tenebra, decisi di volare a Lefke (Cipro). La vertigine del cuore mi impediva sia di partire che restare. Non esisteva una sola realtà, ma tante realtà parallele, invisibili che si incrociavano sul mio cammino. Un amore più grande guidava i miei passi verso l’ignoto, lo sconosciuto, il temuto.

Avevo spesso sentito narrare di Lefke nei vari seminari realizzati, in Italia, dai maestri sufi, delle sue stranezze, dei suoi personaggi leggendari, del suo selvaggio intoccato, racconti leggendari, impossibili a prova di qualunque fortezza mentale.

Lo sentivo come un mondo immaginario, irraggiungibile; un maestro che veniva descritto come una conchiglia rara, intoccabile, una fonte a cui solo pochi potevano dissetarsi; ma la realtà era ben diversa e lo scoprii nel tempo.

La mia partenza fu irta di ostacoli,; la mia compagna di viaggio ebbe una malattia fulminea e mi abbandonò all’aeroporto; il visto mi fu negato e partii solo successivamente, dopo un pellegrinaggio all’Ambasciata romana di Cipro.

Il personaggio che avrebbe dovuto accogliermi all’aeroporto di Larnaka per condurmi a Lefke era introvabile; perciò arrivai in quella terra sconosciuta sola e senza alcuna certezza.

Era un viaggio confuso, pieno di imprevisti, come un film giallo (pieno di suspance) o come un romanzo inglese del diciassettesimo secolo: l’autore scrive il suo racconto, affermando di aver trovato un documento o un diario contenente la prova dell’esistenza di questo viaggio onirico. Io capisco questa verità che altri negano.

Atterrata a Larnaka usai la toilette come luogo di trasformazione: gonna lunga, marrone, casacca ampia, nera, stivaletti, turbante arancione, ampio e con coda lungo la schiena; e così conobbi i primi greci-ciprioti… che popolo strano, ambiguo; così diffidenti; così simile ai genovesi…

Il primo ostacolo lo superai: marciavo tra la folla e ricordo di essermi detta: “Sono a casa”.

Uscita dall’aeroporto potei osservare le auto lussuose, le persone che circolavano, come erano abbigliate; qualcuno con un cartello alto tra le mani, con la scritta : ” Dolce e Gabbana”.

Mi sedetti su una panchina, era l’ 11 gennaio 2007. Nel frattempo ero riuscita a contattare qualcuno a Lefke e avrei dovuto attendere due ore l’arrivo del “traghettatore”. Avevo un registratore tra le mani e iniziai a descrivere il luogo, la gente, i tassisti… tutto mi era familiare e gli eventi seguivano un corso proprio sul quale io non avevo alcun controllo.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Conoscere Genova: Castello D’Albertis!

“Tra l’arte a gara qui la scienza adduce. Il tempo, il moto, il sol, l’ombra, la luce”

Il Castello d’Albertis fu ideato dal capitano Enrico Alberto D’Albertis. Fu costruito su resti di fortificazioni cinquecentesche e tardomedievali tra il 1886 e 1892, con la supervisione di Alfredo D’Andrade, sulla collina di Montegalletto a Genova.

La dimora è un viaggio nel mondo del capitano D’Albertis e al suo interno possiamo trovare oggetti esotici, neogotici e ispano-moreschi.

Oggi è la sede del Museo delle culture del mondo e del Museo delle musiche del popolo.

Nel 2018 feci una visita al Castello e rimasi colpita dalla raccolta di questi oggetti e manufatti, tra cui una meridiana. Oggetti che raccontano storie di popoli e tradizioni.

Quel giorno era presente anche una mostra fotografica, Witjai- Il gene verde della razza umana, biodiversità umana e vegetale nell’Amazzonia Ecuadoriana e il progetto Witjai, io esisto dell’artista e fotografo Gianluca Balocco.

(https://www.mentelocale.it/genova/eventi/78201-witjai-il-gene-verde-della-razza-umana-mostra-fotografica-al-castello-d-albertis.htm)

Il Castello

Il Museo

Il salotto turco

Mostra fotografica, Witjai- Il gene verde della razza umana, biodiversità umana e vegetale nell’Amazzonia Ecuadoriana e il progetto Witjai, io esisto dell’artista e fotografo Gianluca Balocco

Dicono che a Genova non c’è molto da fare o da visitare, ma vi garantisco che questa città ha dei tesori nascosti…basta cercarli!

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Isola di Brava (Isola dei fiori)

Parte III

Aspetti tradizionali

La tradizione orale è stata sempre di grande rilievo a Capo Verde per diffondere il patrimonio letterario e storico, pensieri e insegnamenti. Uno degli aspetti più importanti del folclore bravense sono le storie tradizionali di Nho (Ti) Lobo e Chibinho. Chibinho con la sua maestria e la sua saggezza vinceva sempre contro il goloso e bugiardo Nho lobo.

Il matrimonio: era un avvenimento molto importante a Brava. Tutto cominciava con la richiesta di fidanzamento, il ragazzo mandava dei fiori o una collana di conchiglie alla ragazza. Se accettava il regalo, significava sì altrimenti era un no. Spesso si usava anche altri tipi di corteggiamento, come tirare un sassolino a una ragazza per strada. Se lei lo raccoglieva, era un segnale positivo. Quando il “segnale” era un fiore, lei sfilava per le strade con esso in mano, annusandolo di tanto in tanto per fare capire al ragazzo che era interessata.

Dopo un periodo di fidanzamento nel rispetto della ragazza, tramite una persona di fiducia si andava a parlare con i genitori di lei. Generalmente i genitori accettavano la proposta di matrimonio dopo numerose promesse e garanzie. E per celebrare l’evento, cioè, l’accettazione del matrimonio si beveva tutti insieme da una bottiglia di aguardiente (Grogue) di Ferreiro. Dopo i numerosi preparativi, il matrimonio avveniva con i rituali tradizionali, il valzer, la mazurca con il violino e la chitarra a dieci corde (gli strumenti musicali più usati nei matrimoni).

“ As Bombenas”: canzoni di lavoro tradizionali cantate nella stagione di pioggia, nella speranza che piovesse tanto e moderato per avere un buon raccolto. Le “Bombenas” sono un prodotto di creazione individuale e collettiva. C’era la figura delle “mondadeiras”, donne che partecipavano con commentari ed esclamazioni e, del “bombador” (un uomo) che rispondeva alle “mondadeiras”.

Il famoso “Djedji Porteru”: con le poche risorse economiche, il capoverdiano da sempre ha dovuto appoggiarsi alla medicina tradizionale. L’uso delle piante curative, preghiere erano molto frequenti nei paesini o nei villaggi. Una delle figure più conosciute a Brava è Djedji Porteru, era un guaritore diventato famoso per il modo come curava le persone e per il suo spirito sempre felice.

La festa dei Re (Anno Nuovo)

Il passaggio all’Anno nuovo nell’isola di Brava fu sempre celebrata diversamente dal resto delle isole. Una volta esistevano vari gruppi che si sfidavano fra loro. Vinceva chi aveva presentato la miglior canzone.  Nelle feste suonavano il violino con accompagnamento acustico, i cavalieri e le dame usavano costumi tradizionali e ballavano al ritmo della canzone dei Re. Il gruppo “ Triunfador” conservò per lungo tempo una parte importante nella tradizione dell’isola.

La commemorazione dei Re cominciava il pomeriggio tardi con la concentrazione dei membri di ogni gruppo per la sfilata.  Il corteo sfilava per tutta la città, finito il giro, si riunivano tutti in una sala per la cerimonia e per tutta la notte ballavano sfidandosi avvicenda. All’alba uscivano tutti per le strade e bussavano alle porte delle case cantando la canzone di “boas festas”(buone feste).

La culla del protestantesimo

L’isola di Brava è la culla del protestantesimo in Capo verde. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti molti bravense emigrarono per gli Stati Uniti con la caccia delle balene, ma la nostalgia della terra madre fece sì che molti tornassero sull’isola. Nella vecchiaia alcuni fecero ritorno con i soldi messi da parte per vivere gli ultimi giorni della vita.

Quando le navi ritornavano a Capo Verde, non portavano solo passeggeri ma anche del buon legno “pitch-pine” (Pino rigido) utilizzato nella costruzione della chiesa, generi alimentari e mobili per le case.

Molti capoverdiani convertirono al protestantesimo, il reverendo Francisco Xavier Ferreira scrisse un libro “ I primordi dell’Evangelico a Capo Verde” e così molti non portarono solo mobili, soldi, generi alimentari ma sì: L’Evangelo di Cristo. Il Protestantesimo si diffuse per tutta l’isola grazie ai primi credenti più conosciuti arrivati dagli Stati Uniti: Joao Joaquin di Cova Rodela, Severino Lomba di Travessa e Manuel de Sousa Caneca di Monte.

Inizialmente i nuovi “simpatizzanti” offrirono le loro case per il culto e si vedevano di nascosto, dovuto alla presenza della Chiesa Cattolica, molti di loro non erano visti bene, erano considerati “figli del diavolo”.  Alcuni di loro finirono anche in prigione, come per esempio, Severino Lomba, José Balla e Joao Rufino Lomba con l’accusa di “ abuso della manifestazione del pensiero”. Beneficiarono comunque dall’amnistia della Regina Vittoria d’Inghilterra del Bollettino 3 Gennaio del 1901.

Nel 1909, sotto il comando del Reverendo, è costruita la prima Chiesa del Nazareno a Nova Sintra. Con la proclamazione della Repubblica portoghese il 5 ottobre del 1910, il protestantesimo inizia a diffondersi per tutte le isole di Capo Verde.

Sao Joao (San Giovanni Battista)

La festa di San Giovanni Battista si celebra ogni 24 giugno in tutte le isole di Capo Verde. Il patrono di Nova Sintra è proprio il Santo, così ogni anno tutti gli abitanti dell’isola vanno in città per venerare il santo, pagare le promesse e festeggiare.

I veri preparativi iniziano quattro/tre giorni prima con le donne che preparano il mais per fare dopo “Xerém“. Il mais viene pestato con il “Pilao o Pilon” (una specie di pestello). Sono cantate canzoni al ritmo del suono del “Pilon”, e la gente si raduna intorno cantando e ballando. Una volta esistevano le cosiddette “colexas”, erano donne che usavano dei bastoncini per dare il comando alle altre donne che pestavano il mais nel “pilon”.


( donne usando il “pilon” per la preparazione dello Xerém. /Foto del sito: pordentrodalinguaportuguesa.com)

Esiste la figura del “festeiro”, cioè il festaiolo, è il responsabile per l’organizzazione e per le spese economiche della festa. Il “pilon” è usato o nel cortile della sua casa oppure in un luogo, in anticipo, scelto da lui. E’ anche il responsabile per la bandiera.

Le navi sono costruite su piccola scala, con una grande apertura al centro che consente a un uomo di entrarvi e di tenerle con due mani, usando cinghie poste strategicamente in modo che resti alto fino alla vita. Quest’uomo è considerato il navigatore e gestisce la nave in linea con i fischi e i tamburi, come se fosse in mare. Lungo la passeggiata, gli uomini si alternano, perché la piccola nave non è leggera.

I tradizionali nastri

E’ il “festeiro” che incarica di addobbare il nastro di Cutelo Grande con pane, torte, cocco, frutta e bottiglie di bevande.

Sostanzialmente sono dei regali che la popolazione mette nel nastro. Quando arriva il momento della consegna del nastro, i tre guardiani tirano una corda che lo sostiene e quello che cade per terra è raccolta dai cittadini.

La cerimonia inizia con il corteo per il centro della città con il “festeiro” cavalcando un cavallo con la bandiera, seguito dalle navi con gli uomini dentro, da uomini suonando i tamburelli, da donne e bambini ballando e cantando. Il corteo prosegue fino alla chiesa del patrono per la messa.

Il luminare di San Giovanni Battista è un altro aspetto importante dell’isola. E’ fatta con legna e altri materiali combustibile e secondo la tradizione ogni persona deve “saltare” il luminare tre volte e poi fare un desiderio / una richiesta al santo. Gli anziani predicono le piogge con le ceneri del luminare, se sono umide, vuol dire che prossimo anno sarà un buon anno agricolo. Se invece le ceneri non sono umide, le prendono e le buttano nel vento pregando al santo. Le donne predicono il futuro buttando un uovo dentro un bicchiere d’acqua, questo presenta forme diverse: barre, navi, chiese ecc. Barre significava morte, navi segnale che la persona emigra, e chiesa che la persona si sposa.

La festa si finisce con il passaggio della bandiera

Secondo i dati statici dell’INE (Instituto Nacional de Estatisticas) di Capo Verde, oggi l’isola di Brava ha soltanto 5.579 abitanti, 50.9% donne e 49.1% uomini e la media della popolazione è di trentuno anni. Invece nel 1990 aveva 7000 abitanti.

Bibliografia:

Fragata, Revista de Bordo dos TACV- Cabo Verde Airlines- n° 9- setembro 1995

Ponto & Virgula, Rivista de Intercambio  Cultural n°9- Maio/Junho 1984

Migraçoes nas ilhas de Cabo Verde, Antonio Carreira

Instituto Nacional De Estatistica de Cabo verde (http://ine.cv/)

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Isola di Brava (Isola dei fiori)

Parte II

Foto di Bravanews Network (www.brava.news/)

Da Marinai ad Agricoltori

I bravense emigrati nelle baleniere americane divennero agricoltori nelle piantagioni a Cap Cod e nelle varie piantagioni di cotone negli Stati Uniti. Con l’espansione dell’industria tessile nell’area di New Bedford, molti capoverdiani divennero anche impiegati nelle fabbriche, a causa del duro lavoro e delle condizioni di vita a bordo delle navi. Ci sono anche dei registri della loro fuga dalle navi baleniere per lavorare nelle barche a vela della polizia costiera, nei cabotaggi di Fall River nella caccia all’oro.

Con l’aumento dell’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America, il governo di questo paese emana una legge nel 1917 (Literacy Act del 1917) proibendo l’entrata di analfabeti e persone di razza nera con più di sedici anni. Il test linguistico consisteva nella lettura di un passaggio della Bibbia, chi non era in grado era deportato. Così i capoverdiani cercarono di entrare nel paese tramite matrimoni combinati, ad esempio.

Uno dei grandi poeti capoverdiani è sicuramente Eugénio Tavares, nato il 18 ottobre del 1867 a Brava.

Eugénio Tavares

Gli insediamenti principali sono:

  • Nova Sintra: la capitale dell’isola, una piccola città costruita su un altopiano con una struttura architettonica identica a quella della città portoghese Sintra. Intorno alle case ci sono tantissimi fiori ( ibisco, fiori cardinali etc.)
  • Cachaço
  • Campo Baixo
  • Cova Joana
  • Fajã de Agua: zona verde per eccellenza rimane vicino al campo di aviazione di Esparadinha, lungo il pendio, gli alberi si moltiplicano in un manto verde lussureggiante che rinfresca e accattiva gli occhi del visitatore, più avanti si estende una baia che riceve le barche nei giorni di tempesta.  
  • Furna: un piccolo villaggio di pescatori e dove c’è il porto .
  • Lime Doce
  • Mato Grande
  • Nova Sintra do Monte
  • Santa Bárbara
  • Tantum
  • Fonte vinagre: questo luogo si chiama “ Fonte Vinagre” cioè  “Fontana/sorgente di Aceto”. Situata poco distante da Nova Sintra. A Fonte Vinagre c’è una sorgente che sgorga un’acqua acida come l’aceto. Comunque si tratta di un’acqua minerale con effetti medicinali.
  • Fontainhas
  • Cova Rodela
  • Nossa Senhora do Monte: in questo paesino si trovano le donne tipiche di Brave, alte, robuste e forti, con lo scialle sulle spalle e trecce lunghe giù per la schiena.

Tra il 1998 e il 2004 una serie di terremoti ha scosso l’isola Brava. L’ultimo sisma ha avuto una magnitudine di 4,3 sulla scala Richter.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)