Alla scoperta del Sufismo: L’alba di un nuovo giorno

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L’alba di un nuovo giorno

Foto di kangbch da Pixabay

La mattina dopo mi svegliai per il Fajr; erano le nove, mi vergognavo del mio comportamento e non sapevo se scendere o restare lì. Presi coraggio, scesi le scale e la prima persona che vidi fu lei. Era seduta in questa piccola poltrona davanti all’ingresso della cucina e diede il benvenuto ancora, urlando il mio nome e dicendo: “Ecco una sorella che viene dall’Italia!”.

Scimmiottò il mio nome, Araci, Arachidi, ecc.. ( nel sufismo, quando entri nella tariqah, una delle prime cose che viene cambiato è il nome e si prende il Bayyat* dal maestro, giurando fedeltà al maestro, al profeta Muhammad (s.a.w.s) e il maestro ti offre la sua protezione).

Quella mattina conobbi una donna italiana; lei vive in Inghilterra, è sposata, madre di tre figli e suo marito ha una seconda moglie, con altri figli. Vivono tutti nella stessa casa: i figli hanno due madri, amate esattamente con la stessa intensità; le due donne sono come due sorelle (l’ho potuto constatare nel tempo), un’amore incondizionato. Questa donna mi fu amica/compagna per tutto il tempo che trascorsi lì.

Mi offrirono un tè caldo con dei biscotti e fu mandata subito in cucina a lavorare. Dovevamo preparare la colazione, perché in quella casa la colazione vera e propria è un misto di zuppe, cibi, salse, yogurt, pane, tè, caffè; ogni mattina viene preparato un piatto tipico di un paese. Non puoi lasciare niente nel piato e sei costretta a mangiare tutto; una sofferenza alle dieci del mattino, per chi non è abituato.

Per me fu una prova; il cibo è stato sempre un mio problema. Mangio poco e se non so come viene preparato rifiuto di mangiarlo; quando vedo tante verdure il mio cuore diventa verde di rabbia. Riuscii a mangiare tutto, anche perché sapevo delle regole e non volevo entrare in conflitto con nessuna delle donne che ogni mattina preparava la nostra colazione.

All’ingresso della Guesthouse c’era un enorme vassoio rotondo poggiato su corte gambe (a mo’ di tavolo marocchino), dove venivano poggiati i cibi. Prima di mangiare, il sale veniva offerto a ognuna di noi, un pizzico (serve per neutralizzare le energie negative eventualmente presenti nel cibo o nella sua preparazione); si faceva una Du’a ed alla fine del pasto si recitava la Surah Al-Fatihah. Quando il rituale preparatorio era concluso, una donna/una ragazza iniziava a distribuire il cibo e soltanto lei poteva farlo sino alla fine del pasto.

Finita la colazione pulii la piccola Moschea all’interno della Guesthouse a fondo con un’aspirapolvere antidiluviano degli anni sessanta e lavai i piati in cucina. Niente contestazioni e solo lavoro fino alla preghiera Dhur (quella del mezzogiorno). Il lavoro più pesante e a prova di Ego era pulire le decine di pentoloni, grossi contenitori e vassoi per terra (quante ne ho lavati!).

Il lavoro di pulizia per le donne e il lavoro nei campi per gli uomini, soprattutto per i nuovi e giovani murid*, uno strumento di insegnamento: imparare a servire il prossimo e “sottomettere” l’Ego; quando pulisci fuori, inevitabilmente pulisci dentro; crei spazio aperto.

*Bayyat: la promessa del discepolo e la benedizione del maestro. Così inizia il cammino del discepolo nella via Sufi.

*Murid: discepolo

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)