Alla scoperta del Sufismo: aRRIVO A lEFKE

III

Arrivo a Lefke

Frammenti di una Capoverdiana

Arrivammo a Lefke alle due di notte. La Guesthouse ( la casa delle donne) era buia, tutto era buio. Omar mi accompagnò alla porta (gli uomini non vi hanno accesso) e mi disse di entrare e di cercarmi da sola un posto dove dormire; in quell’istante la porta si spalancò e apparve una donna sconosciuta, maestosa, teatrale, che mi disse: “ Stavo dormendo e sognavo che qualcuno stava arrivando; mi dissero di svegliarmi. Eccoti qua, Welcome (benvenuta)”. Prese la mia valigia, mi accompagnò al piano superiore, mi aiutò a preparare il letto, per terra e mi offrì, poi, un magnificò tè caldo, nella “moschea”.

Si chiamava Samiyah ( nome arabo che significa maestosa, regale); una donna libanese, di circa 65- 70 anni ( non sono mai riuscita a conoscere la sua età) che, da tempo immemorabile, faceva vivere quella casa; la casa che Mawlana le aveva affidato, dove potevano essere generosamente ospitate donne e bambini, di qualunque paese, cultura, tradizione ed anche religione.

L’accoglienza fu amorevole e mi sentii rassicurata e protetta; la casa vivente era quieta ed emanava un calore umano straordinario. I suoi colori erano confusi, ma perfetti. Decine di scarpe di tutte le fogge sparse a terra, cuscini, pizzi, lampade, strane fotografie e lampadari; oggetti senza senso e libri sacri; scritture arabe sui muri antichi, dove apparivano le pitture di tutti i colori di tutte le epoche passate… insomma un perfetto, misterioso disordine armonico.

Quella notte Samiyah mi fece visitare tutto; in cortile, i bagni all’aperto, il hammam cioè una stanza tutta in pietra di travertino bianca con un grosso pentolone a gas per l’acqua calda e brocche. Un solo specchio, lavandini per il Wudu ( abluzione); il giardino ricco di erbe, fiori e aranci, palme in lontananza, panni stesi e un cielo con un enorme tetto di stelle. Il cortile era pieno di gatti!!!

La cucina era indescrivibile! Una grande confusione di stoviglie, cibi, barattoli, bottiglie, spezie e unguenti. Tanti cibi in “preparazione” per la mattina.

La cosiddetta moschea, una stanza grande dentro la guesthouse: una regale poltrona rossa al centro, divanetti e finestre tutte attorno alle pareti, cuscini di tutti i colori, stoffe, tappetini di bellezza e da preghiera, una pelle di montone al centro, una stufa vecchia direi quasi preistorica, con fuochi a lato e tanti libri sacri, tra cui il Corano, sui davanzali delle finestre interne.

Io dormii nella stanza centrale; un sonno pesante, di pietra, interrotto frequentemente verso il mattino dal suono vibrante del russare di una dormiente.

L’immagine di Samiyah che apriva quella porta rimane viva tuttora nella mia mente; una fotografia che fu scattata dagli angeli per rimanere nel tempo. Una donna unica nel suo modo di essere. Amava cantare le canzoni italiane, “leggere” le tazzine del caffè, recitare il Corano; ogni mattina ascoltava lo stesso cd di musica sufi mentre cucinava, dinamica. Un tempo era stata un architetto. Era una donna ricca; lasciò il marito e figli per dedicarsi completamente alla via sufi, a Mawlana.

Vestiva sempre alla stessa maniera, abito lungo e grigio, il velo ( una volta mi capitò di vederla senza velo, aveva i capelli bianchi, lunghi che scivolavano già per la schiena; insomma una maestà); gli occhi neri come quelli di un gatto feroce, mistici, pieni di segreti ed esperienza; le poche volte che azzardai guardarla negli occhi mi persi, volevo tuffarmi in quell’oceano per raccogliere qualche pietra preziosa e nascondermi nel silenzio delle sue parole.

Sapeva essere severa nel momento giusto e dolce allo stesso modo. Per tante di noi appariva autoritaria, ma per me fu dolce e mi accolse sotto le sue ali, offrendomi protezione e amore silente.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)