Alla scoperta del Sufismo: Il traghettatore

II

Il traghettatore

Arrivò finalmente Omar, il traghettatore, colui che conduce le anime dall’una all’altra dimensione: dalla terra all’oceano d’amore.

Un uomo forte e dolce, consapevole delle proprie origini. Come su un palcoscenico, fece la sua comparsa oscurando la precedente scena. Spezzò in me quell’illusione dell’attesa indolente e mi riportò al perché della mia venuta lì.

Lui emergeva da tutto quel contesto banale: appariva come un animale selvatico, la cui sola presenza incuteva una sorta di paura mista a rispetto.

Vestiva pantaloni blu, dervisci (con il cavallo basso), camicia larga e lunga a righe bianche e verdi, un gilet scuro, impossibili scarponi e turbante a piramide, con arrotolati alla base ben sette metri (seppi poi) di stoffa color verde. Corpo robusto, forte, non alto, non basso; tratti lineari, bocca turgida, barba nera spruzzata di bianco, denti perfetti, bianchi, che lui lisciava con un bastoncino (una pianta antica per la pulizia e l’igiene dentale che viene usato nei paesi islamici, il siwak o miswak); gli occhi neri come la notte misteriosa, abissi irraggiungibili, illuminati di luce propria e di fonte a me sconosciuta; emanavano scintille di dolcezza. Salutava le persone: “Assalam Alaykum”.

Lui mi disse di sedermi al suo fianco sul traghetto, ma, invece, montai dietro, timorosa e spaventata. Parlavamo in inglese. Lui mi tempestò di domande: sulla mia vita, da dove venivo, com’era il mio paese, come stavano i fratelli e le sorelle (così ci relazioniamo nella Tariqah), sulla mia famiglia in Italia, sulla mia famiglia, se lavoravo o studiavo, se avevo sognato Mawlana, se si quante volte; mi fece descrivere l’unico sogno; il perché della mia visita; chi era il mio Maestro che seguivo in Italia,  come ero entrate nella via, il mo nome e il suo significato; mi spiegò che in turco il mio nome “Araci” significava “testa o mente”; mi disse che era un nome bellissimo, ma che se l’avessi mantenuto nel corso della mia vita avrei usato eccessivamente il raziocinio. Intanto sorseggiava il tè dal suo thermos… e, a volte, spesso, recitava la Fatiha (la surah iniziale del Corano), mentre sul traghetto, passavamo in luoghi sacri.

Attraversando la frontiera greco-turca, dopo la laboriosa richiesta del visto, che fece Omar il traghettatore, con grande calma, il paesaggio mutò. La zona greca, colma di edifici moderni e spersonalizzati, un’accozzaglia di stili informi, che mortificavano una natura florida; il paesaggio turco, fermo nel tempo, desertico, poche luci, niente semafori, silenzio irreale rotto dalle potenti auto di giovani ciprioti e un numero inspiegabili di nightclub piazzati nel vuoto desertico, basi militari qua e là.

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)